La protesta dell’istruzione continua

UniversitaprotestacontinuaNel giorno in cui la scuola scendeva in piazza contro i tagli di 140 mila posti di lavoro in tre anni, è stata l’università a fare nuovamente notizia. Perché così come era già stato ipotizzato, la discussione sul ddl Gelmini non è iniziata, anzi è stata posticipata. Il ministro aveva posto come punto irrinunciabile l’assunzione di novemila ricercatori in sei anni. I soldi però non ci sono, il ministro Tremonti è stato chiaro, e alla fine la grande riforma è andata in soffitto.

Se ne riparlerà probabilmente tra la fine di novembre e metà dicembre, anche perché Tremonti ha assicurato che entro fine anno un po’ di soldi verranno trovati, ma non si sa ancora quanti e da dove usciranno.
Il 15 ottobre davanti a Montecitorio protestavano i dipendenti della scuola per lo sciopero generale indetto dai Cobas, ma nei prossimi giorni continueranno ad essere in presidio permanente i ricercatori, i docenti e gli studenti universitari. Tutti protestano contro il taglio introdotto a luglio in finanziaria di un miliardo e 350 milioni di euro nel 2011 a carico dei nostri atenei. Una manovra che per una volta vedeva d’accordo, nello scontento, tutte le persone coinvolte nel sistema universitario. La riforma, però, non è stata bloccata per le critiche ricevute. La Commissione Bilancio l’ha bloccata per la mancata copertura di 23 su 26 articoli. E in particolare per un punto irrinunciabile voluto dal ministro Gelmini: il riassorbimento dei ricercatori nel sistema universitario in sei anni. Tremonti nega i fondi necessari e la legge si arena. Quello che non si poteva proprio far passare era un emendamento introdotto dalla Commissine Cultura della Camera, che istituisce un Fondo per far passare, nel periodo dal 2011 al 2016, 9000 ricercatori a professori associati. Una specie di sanatoria che non solo rischierebbe ricorsi a catena davanti al giudice del lavoro, ma che è stata pensata senza vedere che i soldi per pagare questi nuovi professori (oltre due miliardi di euro in sei anni) semplicemente non ci sono.
La riforma che doveva fare da simbolo dell’azione innovatrice del governo si ferma. Gli studenti continuano a protestare, in alcune università si è già passati all’occupazione. L’autunno della lotta studentesca si annuncia caldo anche perché a protestare, questa volta, si ritrovano insieme studenti, docenti, ricercatori della scuola e dell’università, pronti a saldare la loro lotta a quella dei sindacati, degli operai, dei precari del mondo.
Il rinvio è grave perché le università dovranno andare avanti con i loro programmi e invece, senza una riforma e fondi, vengono a mancare quelle certezze senza le quali, in molti casi, è a repentaglio il normale svolgimento dell’attività.
Quel che è più grave, poi, è il messaggio che manda una decisione del genere. Perché un governo che decide di tagliare risorse alla scuola, all’università, alla ricerca e va anche oltre tagliando sui musei, sui teatri, sul cinema, è un governo che non dà fiducia al futuro, alle nuove generazioni. È un governo che, per dirla come il leader della Lega Umberto Bossi, “o dà i soldi all’Università o alle bombe per gli aerei in Afghanistan”.
E dovendo scegliere, di certo non punta sull’istruzione.

Marianna Lepore


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