Università nel caos

UniversitariformaDoveva essere una delle riforme che avrebbe segnato questo quarto governo Berlusconi e invece la riforma universitaria rischia di finire in panchina. L’esame alla Camera doveva iniziare domani, 5 ottobre. Ma giovedì scorso i capigruppo hanno deciso il rinvio al 14 ottobre. Dieci giorni sembrano poco, ma potrebbero bastare per mettere da parte il ddl Gelmini.

Il 15 ottobre inizierà, infatti, alla Camera la sessione di bilancio che dura circa un mese e per regolamento costringe tutti gli altri provvedimenti ad aspettare in coda. Cosa significa? Che la riforma universitaria non potrà essere approvata prima dell’inizio dell’anno accademico. Anzi, molto probabilmente, slitterà e si tornerà a parlare del provvedimento nella prossima legislatura. Perché in questo momento il governo e la sua maggioranza non riuscirebbero ad approvare in tempi rapidi la legge. Il conflitto tra Berlusconi e Fini potrebbe spostarsi anche su questo campo. Quindi è molto probabile che il provvedimento sarà messo da parte.
L’ambizioso progetto del ministro Mariastella Gelmini di ridare slancio alle nostre università potrebbe arenarsi prima ancora di partire. E non sarebbe un bel segnale per il “governo del fare” che in una vicina campagna elettorale avrebbe una carta in meno da giocare.
La calendarizzazione in aula al 14 ottobre per il ddl di riforma dell’Università ha ricevuto ampie critiche dal mondo accademico ed Enrico Decleva, presidente della CRUI (la conferenza dei Rettori delle Università Italiane), già il 30 settembre aveva dichiarato che questo slittamento, “equivale molto probabilmente, nella situazione politica che stiamo attraversando, alla rottamazione del provvedimento”.
La protesta trasversale, dei ricercatori dal lato della docenza e degli studenti (che a causa dei tagli potrebbero vedere impennate le tasse universitarie), continua perché, come ha scritto la Flc-Cgil in un comunicato, “questa riforma penalizza il diritto allo studio”.
Da oggi fino a mercoledì sono stati organizzati in tutti gli atenei italiani tre giorni di mobilitazioni, con assemblee generali convocate in quasi tutte le università.
L’anno accademico al momento è bloccato perché i ricercatori, che temono per la loro sorte a causa della riforma, hanno deciso di incrociare le braccia e non fare alcuna lezione. I ricercatori, in realtà, sono assunti e pagati per fare ricerca, non hanno l’obbligo di insegnare. Negli ultimi anni, però, con la riforma del 3+2 si sono trovati a insegnare sempre più materie. E poiché i fondi alle università sono diminuiti, il lavoro in più è stato fatto a costo zero. La riforma ora prevede che dopo due contratti triennali i ricercatori debbano fare un esame per diventare associati e nel caso non superassero la prova il loro rapporto con l’ateneo sarebbe chiuso per sempre buttando all’aria anni di sfruttamento.
Così ora che i ricercatori protestano, ecco che l’università si blocca: la didattica, ma anche la ricerca su cui in Italia si punta meno che zero.
Vista la situazione la maggioranza potrebbe cercare, nella prossima conferenza dei capigruppo, di anticipare l’esame dell’Aula all’11 di ottobre o rimandare al 18 l’inizio della sessione di bilancio. I tecnici dell’Istruzione stanno anche studiando un emendamento proposto dall’opposizione che prevede un’indennità didattica per i ricercatori. Ma anche pensando a una cifra bassa, sui 150 euro, il costo totale sarebbe comunque troppo per il ministero, visto che i ricercatori/insegnanti sono circa 15mila.
Nell’attesa che il Governo prenda una decisione sulla reale sorte dei ricercatori, il messaggio che arriva ai giovani è chiaro: per fare ricerca fuggite dall’Italia.

Marianna Lepore


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