Thyssenkrupp: fu omicidio volontario

ThyssenkruppAntonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rocco, Rosario, Giuseppe: avevano tra i 26 e i 54 anni quando morirono alla Thyssen di Torino, nel 2007, mentre stavano lavorando. Morti ammazzati semplicemente perché puntare sulla sicurezza, per l’azienda in cui lavoravano, non conveniva economicamente. Perché la loro vita valeva meno. Morti ustionati, arsi vivi, accecati, in un anno in cui si contarono 1.207 vittime sul lavoro.

Tre anni e mezzo dopo la Corte d’Assise di Torino ha letto la sentenza e ha condannato, per la prima volta nella storia, l’amministratore delegato e i vertici della società per omicidio volontario. La morte non arrivò per caso, ma come un rischio che qualcuno aveva accettato di correre sulla pelle indifesa degli altri, degli operai.
Harald Espenhahn, l’Ad della Thyssenkrupp, è stato riconosciuto colpevole di omicidio volontario con dolo eventuale e condannato a 16 anni e sei mesi di reclusione, mentre gli altri 5 dirigenti dell’acciaieria condannati a pene tra i 10 e i 13 anni.
Una sentenza così dura che non ha precedenti nel nostro Paese: “Non era mai successo. – ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, commentando la notizia – Questa sentenza dice una cosa precisa: la vita di un lavoratore non si può trasformare in profitto”.
La prova più dura, ieri, mentre la sentenza veniva letta, è spettata ancora una volta ai parenti delle vittime. La corte, in mattinata, era stata chiara: non si tollerano espressioni di alcun genere in quest’aula. Né in un senso, né nell’altro. Così per 35 lunghissimi minuti, quando ormai fin dalle prime battute era chiaro che tutte le richieste della pubblica accusa erano state accolte, i familiari delle vittime Thyssen sono rimasti in piedi, in silenzio, con le lacrime che scendevano sul volto. Solo alla fine, con la corte ritirata, c’è stato il tempo per gli applausi, gli abbracci e anche qualche sorriso.
Nessuno riporterà in vita quelle vittime, ma per una volta la legge nel nostro Paese è stata uguale per tutti. La sentenza, poi, come ha dichiarato la mamma di una delle vittime “è importante per tutti i giovani che lavorano. Perché chi lavora deve farlo in sicurezza. E questa decisione, oggi, dà loro una speranza”.
La sicurezza sul posto di lavoro in Italia non è quasi mai considerata un diritto, ma una variabile non necessaria. Così non meraviglia che l’azienda oggi abbia diffuso un comunicato stampa in cui definisce la condanna di Harald Espenhahn “incomprensibile e inspiegabile”.
Incomprensibile e soprattutto inspiegabile dovrebbe invece essere il fatto che una mattina si esca da casa per andare a lavorare e la sera non si faccia più ritorno. Da oggi, però, questa morte non potrà più essere definita “bianca”. Perché d’ora in avanti questa sentenza diventerà giurisprudenza e l’omicidio di un lavoratore per precise responsabilità dei dirigenti sarà un omicidio al pari degli altri e come tale perseguito.
L’azienda, che è stata condannata anche a un milione di euro di sanzione pecuniaria, all’esclusione da contributi e sovvenzioni pubbliche per sei mesi e al divieto di farsi pubblicità per sei mesi ha già annunciato che ricorrerà sicuramente in appello. Da lì si passerà molto probabilmente in Cassazione per avere una sentenza definitiva fra molti anni. Quando arriverà, quindi, giustizia per questi sette operai? Non si può dirlo, conoscendo i tempi italiani.
Oggi, però, che lo stabilimento della ThyssenKrupp a Torino non esiste più, si può credere ancora nella giustizia, nel diritto a lavorare in sicurezza. E si può credere che da questo diritto si passi un domani a quello del contratto di lavoro registrato o ai contributi pagati. Diritti che dovrebbero essere normali e che invece, nell’Italia del 2011, sono troppo spesso solo delle conquiste individuali.

Marianna Lepore

 
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