Se questo non è razzismo

reggia di venaria_torinoQualche giorno fa il quotidiano “La Stampa” ha pubblicato la lettera di una visitatrice della Reggia di Venaria, alle porte di Torino, (foto a sinistra) che si lamentava del fatto che alla biglietteria lavorassero “due islamiche, una addirittura con il velo in testa”.

Pur non avendo nulla da eccepire sul loro lavoro, la lettrice si chiedeva se “in un clima che evoca intensamente la storia d’Italia e la storia del Piemonte”, “non sarebbe stato più corretto impiegare queste due signore in un’attività d’ufficio e lasciare, per il primo impatto con la Reggia dei Savoia, personale magari vestito con abito d’epoca”. A parte il fatto che una delle due signore  non era affatto islamica, ma calabrese e di carnagione scura, la lettera porta con sé un tale carico di pregiudizi e ignoranza, che non meriterebbe neanche di essere presa in considerazione  ed  essere pubblicata da un quotidiano così  importante.

Le esternazioni razziste – perché solo in questo modo si può chiamarle – della lettrice hanno provocato l’indignazione di tutti i colleghi di Yamna, la ragazza marocchina protagonista della spiacevole vicenda. Ieri infatti le lavoratrici della Reggia, una trentina tra guide e guardiane, hanno messo in testa il foulard che di solito portano al collo mentre sono in servizio. Anche perché, hanno spiegato gli impiegati in un volantino distribuito ai visitatori, tra di loro, di sabaudi ce ne sono ben pochi.

L’unico a non scandalizzarsi per niente è l’ex direttore di Rai 1, Fabrizio Del Noce, che guida il comitato di gestione della Venaria Reale. In un’intervista pubblicata oggi da Repubblica, Del Noce invita a “non drammatizzare quello che è accaduto”. Inoltre, a lui “la lamentela non sembra un episodio grave come i cori di razzisti negli stadi”. Come se, quando si parla di razzismo, si possa stilare una graduatoria di ‘gravità’. Triste che un gioiello come la Reggia di Venaria sia nelle mani di una persona che non si rende conto di come, anche una stupida lamentela, sia segnale di una mentalità così ottusa da non riconoscere, nell’Italia del 2009, l’importanza dell’interculturalità come potenziale di crescita e sviluppo. A meno che il suo progetto di sviluppo per la Reggia di Venaria non sia quello di trasformarla, come sembra suggerire la lettrice della Stampa, in un grande tendone da circo dove si festeggia il Carnevale 365 giorni l’anno.

 
Letizia Cavallaro

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