Come trattiamo gli immigrati

campiprofughiimmigratiCie, Cara, Cda: sigle dietro cui si nascondono storie drammatiche di sopravvivenza dei tanti immigrati clandestini che ogni giorno cercano una via migliore al di là dei loro confini. I centri che dovrebbero “accoglierli” o “identificarli” diventano delle carceri da cui si esce devastati. Assistenza sanitaria, legale, sociale e psicologica insufficiente, servizi quasi assenti, spazi ridotti. Questa è la descrizione di Medici senza Frontiere dei nostri centri per migranti.

A cinque anni dalla precedente indagine, infatti, Medici senza Frontiere è tornata nei luoghi di detenzione per migranti privi di permesso di soggiorno e di transito per i richiedenti asilo. Non è cambiato nulla, però, e non ci sono prospettive di miglioramento visto che, ancora oggi, l’approccio usato è quello “emergenziale”. Nei centri visitati la scarsa tutela dei diritti fondamentali è diventata la norma. E per due di essi, i Cie di Trapani e Lamezia Terme, l’organizzazione umanitaria arriva a chiederne la chiusura. Sarebbero, infatti, totalmente inadeguati a trattenere persone “in termini di vivibilità”. Finiscono per trasformarsi in veri e propri “centri di detenzione”.
Si trasformano in carceri dove gli episodi di autolesionismo, rivolte o risse sono all’ordine del giorno, dove mancano anche i beni di prima necessità. Dati sconfortanti quelli raccontati dal rapporto “Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia”, fatto da Medici senza frontiere dopo aver visitato tra il 2008 e il 2009, ventuno tra Centri di identificazione ed espulsione (Cie), Centri di assistenza richiedenti asilo (Cara) e Centri di accoglienza (Cda). Qualche miglioramento rispetto alle visite del 2003 forse c’è stato, ma in sostanza la condizione dei “temporaneamente rinchiusi” non è migliorata. “Molti sono i dubbi che persistono, su tutti la scarsa assistenza sanitaria, strutturata per fornire solo cure minime, sintomatiche e a breve termine – dichiara Alessandra Tramontano, coordinatrice medica di Msf – Stupisce inoltre l’assenza di protocolli sanitari per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive e croniche”.
L’indagine si è svolta in un quadro totalmente diverso da quello del 2003. Perché nel frattempo è entrato in vigore il pacchetto sicurezza, con il conseguente allungamento dei tempi di detenzione nei Cie da 2 a 6 mesi.
Un elemento in più che ha peggiorato la situazione, con sempre più persone rinchiuse in spazi inizialmente previsti per numeri molto più bassi. Se all’inizio la funzione della detenzione amministrava era una temporanea limitazione della libertà solo per attuare l’allontanamento dell’immigrato irregolare, ora diventa una vera e propria sanzione.

I primi centri per migranti, i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) sono stati istituiti con l’entrata in vigore della legge Turco-Napolitano nel 1998, ma nel frattempo le cose sono cambiate e le strutture, invece, non sono state adeguate. In questi centri, dove spesso il 40% è costituito da gente che arriva dal carcere e che non è stata nemmeno identificata, ci sono spesso atti di violenza. Non dovrebbe stupire, però, visto che gli stranieri sono trattenuti fino a 180 giorni in condizioni umane impossibili. Ci sono poi i Cda (Centri di accoglienza) istituiti nel 1995, dove sono trasferiti tutti i migranti appena arrivati in Italia. Qui dovrebbero ricevere un primo soccorso e accoglienza ma la legge non definisce quanto tempo possano rimanere gli immigrati in questi centri, parlando solo di “tempo strettamente necessario”.
I più recenti sono i CPSA (Centri di Primo Soccorso e Accoglienza) istituiti nel 2006 per accogliere (in media per 48 ore) i migranti soccorsi in mare prima di trasferirli nei CDA. E infine i CARA (Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo) istituiti con il decreto legge 25/2008 dove sono inviati gli stranieri che chiedono asilo ma non hanno documenti di riconoscimento. In questi centri, secondo il rapporto, le situazioni sono difficili, soprattutto a Foggia e Crotone dove i Medici senza frontiere hanno trovato «12 persone costrette a vivere in container fatiscenti di 25 o 30 metri quadrati, distanti diverse centinaia di metri dai servizi e dalle altre strutture del centro.»
Dal ministero degli Interni, attraverso la replica del prefetto Mario Morcone, parlano di affermazioni “che non corrispondono al vero”, di una posizione “tutta ideologica” di Msf e di centri aperti “alle visite e ai sopralluoghi di autorità politiche, istituzioni e giornalisti cosicché chiunque può accertarsi delle reali condizioni di accoglienza e ospitalità”.
Proprio quello che Medici senza frontiere ha fatto, vedendo in prima persona una situazione ben lontana dalla posizione del ministero. La politica, comunque, non si occuperà di questi problemi. Ci sono leggi più importanti da approvare in questo momento.

Marianna Lepore

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