Morti in guerra

Omicidio di mafiaI caduti nelle missioni militare italiane all’estero vengono ricordati e celebrati nel giorno dei funerali, ma le missioni in sè vengono spesso ignorate dai media e dall’opinione pubblica. In Afghanistan e Iraq l’Italia ha avuto già 54 morti. Ma non sono così tanti se pensiamo che c’è un’altra guerra che si combatte da decenni in alcune regioni del nostro paese e provoca da 200 a 300 morti all’anno. E’ la guerra per bande delle organizzazioni mafiose. 

Non tutte le vittime sono criminali come si pensa in genere. Molti sono innocenti che si trovavano sul luogo di una sparatoria. Altri sono persone che in qualche modo erano coinvolte con la criminalità, ma non per questo meritavano la pena di morte. E’ una guerra molto più sanguinosa di tutte le nostre missioni estere eppure i media e l’opinione pubblica se ne occupano pochissimo. Questa guerra arriva al centro dell’attenzione solo quando vengono uccisi o minacciati magistrati, giornalisti, preti, poliziotti. Ma la guerra continua sempre, anche quando nessuno ci fa caso. E poiché l’opinione pubblica italiana non se ne occupa nessuno indaga mai sulle radici e le cause di questa guerra, che continua indisturbata.
Certo bisogna dire che il numero annuale di morti in omicidi di mafia è comunque relativo: altri paesi europei con una popolazione paragonabile alla nostra non hanno organizzazioni mafiosi forti e organizzate come quelle italiane, eppure il numero di omicidi annuali per criminalità comune è superiore al nostro. Per non parlare degli incidenti stradali, che in Italia provocano più di 5000 morti all’anno. I morti sul lavoro poi sono circa 1000 all’anno, eppure fanno notizia solo quando muoiono almeno 3 o 4 persone alla volta. La stessa regola in fondo si applica anche per gli incidenti, gli omicidi di mafia e i soldati caduti.
Ma se i media e l’opinione pubblica si occupano poco e con grande incostanza di incidenti stradali, morti sul lavoro, omicidi di mafia e missioni internazionali, allora di cosa parlano? Parlano di “emergenza criminalità” ma non quella vera, le mafie, quella inventata. Parlano di immigrazione, che è il minore dei nostri problemi ma viene utile come capro espiatorio. Parlano di politica ma non di veri temi politici. I veri temi politici, problemi che la politica dovrebbe risolvere sono proprio quelli sopra menzionati: lavoro, incidenti stradali, politica estera, criminalità, accoglienza dei migranti. Ma la maggior parte dello spazio dei media invece è dedicato a scontri e litigi. Al culto della personalità del capo supremo e di tutti gli altri occupanti-poltrone meno noti. Per i veri problemi del paese non si fa praticamente niente a parte occasionali mosse pubblicitarie. Ma per risolvere problemi complessi non basta la pubblicità, servono soluzioni che affrontino davvero ogni problema alla radice. Leggi draconiane contro l’alcool non risolvono il dramma degli incidenti stradali, soltanto controlli capillari e prevenzione potrebbero diminuire il numero dei morti. Mandare ogni tanto l’esercito al Sud non risolve il problema della mafia se non si affrontano le situazioni di degrado e non si ripristina la presenza dello Stato dove manca.
Ma la politica italiana oltre a non affrontare i problemi del paese è un problema in sè, a causa di un premier che tenta di distruggere la democrazia e la libertà e dell’incapacità generale di gran parte del parlamento. Come aspettarsi serietà politica da chi passa metà del tempo a organizzare festini e l’altra metà a insultare chi lo critica? I politici italiani hanno dimostrato più volte di essere interessati solo al loro potere e non a fare qualcosa per il paese, eppure gli italiani continuano a votarli. Perché la maggioranza non sa nulla delle nostre missioni all’estero, degli incidenti, dei morti sul lavoro e degli omicidi di mafia. E non vuole saperne nulla perché è troppo impegnata a seguire le storie finte dell’ultimo protagonista del gossip televisivo. 
E’ l’Italia. Ci sono persone che muoiono, politici che si divertono, telespettatori a cui non importa nulla. Tutto torna
 
Francesco Defferrari

  

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