Omicidio Rostagno: la verità dopo 21 anni

maurorostagno230509Dopo quasi 21 anni una nuova inchiesta della polizia di Stato ha stabilito che l’ordine di uccidere  Mauro Rostagno partì dai vertici della famiglia mafiosa trapanese. Il sociologo giornalista, direttore di una televisione privata, aveva denunciato le collusioni tra Cosa nostra e il mondo politico: per questo era stato giustiziato. La mafia non aveva digerito le continue accuse che arrivavano dalla piccola “Radio Tele Cine”.
Sono queste le conclusioni che hanno portato il gip del tribunale di Palermo, Maria Pino, a emettere due ordini di custodia cautelare su richiesta dei pm della Dda Antonio Ingroia e Gaetano Paci nei confronti di Vincenzo Virga, attualmente detenuto a Parma, e di Vito Mazzara, ora in carcere a Biella. I risultati sono stati possibili grazie a nuovi accertamenti balistici della polizia scientifica che hanno accertato come i tre bossoli trovati sul posto dell’agguato fossero stati sparati da un’arma utilizzata già per altri delitti di mafia.
La giustizia, dopo 21 anni, può dunque archiviare ogni ipotesi di coinvolgimento della comunità Saman, di cui il giornalista era stato fondatore e su cui per molto tempo si concentrarono le indagini.
Questa notizia arriva in un giorno importante nella lotta alla mafia: oggi, infatti, è la giornata della memoria in cui Palermo ricorda la strage di Capaci dove Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta furono uccisi da Cosa nostra. Il Presidente Giorgio Napolitano ha partecipato proprio questa mattina ad alcune commemorazioni nel capoluogo siciliano.

Ma in un giorno come questo in cui cronaca e memoria si incrociano nuovamente, quello che stupisce di più sono i dati pubblicati alcune settimane fa dall’associazione Mafiacontro, che fa capo al senatore Pdl Carlo Vizzini: per il 24% di quasi 2000 studenti tra i 13 e i 20 anni (palermitani ma non solo) la mafia è una risorsa o una tradizione e per il 22% i magistrati Gaetano Costa e Rocco Chinnici, uccisi dalle cosche, sono dei capimafia.
Sembrano quindi non servire gli sforzi continui che alcune associazioni, tra queste Libera e Addiopizzo, compiono ogni giorno per cercare di diffondere la cultura della legalità nel nostro Paese. Il silenzio degli ultimi mesi, infatti, non significa che la mafia non stia agendo ed è stato lo stesso Capo dello Stato a ricordarlo alcune settimane fa.

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Gli eventi che oggi, non solo a Palermo ma in giro per l’Italia, ricordano i magistrati Falcone e Borsellino e richiamano l’attenzione della gente nei confronti della magistratura che lotta contro i poteri forti, coincidono con un momento particolare per la storia del nostro Paese. Oggi che le accuse nei confronti dei magistrati, definiti “politicizzati” da una certa politica, in particolare dopo la sentenza Mills – Berlusconi, dimostrano come i toni accesi che caratterizzavano l’operato di Falcone e Borsellino continuino ad essere usati.
“La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine” diceva Giovanni Falcone. Bisogna sperare, soprattutto oggi, che la fine si avvicini.
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Marianna Lepore

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