Il flop della laurea breve

universitàflopriformaSono passati dieci anni dalla riforma dell’Università che ha introdotto il sistema a doppio ciclo, laurea breve e laurea specialistica, e ora la Corte dei Conti nel ‘Referto sul Sistema Universitario’ esprime una valutazione decisamente negativa dell’università italiana. La riforma non ha raggiunto nessuno dei risultati attesi: il numero dei laureati non cresce e l’offerta formativa è ancora deludente.

Secondo i magistrati contabili tra gli effetti negativi della riforma ci sarebbe quello di aver generato un esagerato incremento di offerta con un’eccessiva frammentazione delle attività formative e una moltiplicazione, spesso non motivata, dei corsi di studio. 
La conclusione a cui giunge la Corte dei Conti era ormai sotto gli occhi dei tanti studenti che la riforma universitaria l’hanno vissuta sulla propria pelle, con modifiche dei corsi di laurea, dei programmi, delle materie che costringevano i giovani a vedere i programmi di studio comprimersi per poi allungarsi a dismisura.
Fino all’anno accademico 2007-2008 il numero dei corsi di studio è aumentato ogni anno, arrivando a 5.519 corsi attivi I e II livello quando nell’anno accademico 2003-2004 erano mille in meno, 4.539. Ma la crescita dei corsi di studio è stata la semplice conseguenza dell’aumento dei corsi di laurea specialistica (attivati in qualsiasi materia, anche con pochi iscritti) passati da 1.204 nell’anno accademico 2003-2004 a 2.416 nell’anno accademico 2007-2008.
Nemmeno le riforme del 2004 e del 2007 sono riuscite a bloccare l’abbandono dopo il primo anno, fermo al 20% nell’anno accademico 2006-2007. Messi da parte gli studenti che abbandonano l’università, ci sono anche quelli che, invece, riescono a macinare esami su esami fino ad arrivare all’agognato pezzo di carta: la laurea breve è stata conquistata da 73.887 studenti nel 2008 rispetto a 38.214 nel 2006. 
A questo punto, però, è il mercato del lavoro che lascia a bocca asciutta i brillanti laureati. Spesso la laurea non significa occupazione e diventa solo un titolo da aggiungere ad altri: master, corsi di perfezionamento, scuole di specializzazione. Luigi Berlinguer, il ministro dell’Università quando il 3+2 debuttò, su questo punto è chiaro: “l’Italia non ha fatto niente per definire lo sbocco nel mondo del lavoro del primo livello”, dichiara in un’intervista a Repubblica. 
Così mentre sinistra e destra provano a modificare, ogni volta che vanno al governo, quel che resta dell’università, nessuno bada ai contenuti, ai programmi, alla qualità. E si finisce per avere un’università strutturalmente cambiata ma di fatto sempre identica a se stessa.

Marianna Lepore


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