L’Aquila, un anno dopo

lAquilaprimoanniversarioSono passati 365 giorni e a l’Aquila non è cambiato nulla dalla notte che tra il 5 e il 6 aprile 2009 ha distrutto tutto. La città è ancora abbandonata, il centro storico ha ancora tutte le macerie per le strade e gli aquilani hanno potuto riappropriarsi della loro città solo per un drammatico anniversario. Questa notte alle 3.32 l’Aquila è tornata in piazza per leggere i 308 nomi delle vittime e ascoltare i 308 rintocchi dalle campane della chiesa delle Anime Sante.

Il pensiero non deve essere andato solo a quanti da quella notte non ci sono più, ai ragazzi che a l’Aquila studiavano e non sono più tornati vivi a casa. Il pensiero, tra quanti erano questa notte all’Aquila, deve essere andato alla vita normale che è stata distrutta. Per la prima volta, dopo 12 mesi, ci sono persone che si sono rincontrate, quando fino a un anno prima erano vicini di casa, compagni di scuola. Un tessuto sociale è stato distrutto da scelte sbagliate che, al contrario della propaganda, a un anno dal sisma non sono state in grado di portare risultati accettabili.
Non c’erano carriole che superavano la zona rossa. Ma un corteo silenzioso che ha riportato la luce nel centro storico, grazie a delle fiaccole. E quel centro ora inesistente è tornato a vivere per poche ore.
Venticinquemila persone sono scese in piazza come un anno fa, questa volta non con i pigiami addosso alla ricerca dei familiari, ma con attorno 4 milioni di tonnellate di macerie, con le attività che sono scomparse o stentano a riprendere, con un tessuto sociale modificato dalle 19 new town realizzate per dare un tetto prima che arrivasse l’inverno gelido.

Quello che la cronaca spesso non racconta è un’identità ormai frantumata tra la costa e i paesi più lontani, con una ricostruzione ancora molto lontana da ripartire.
Per questo gli aquilani hanno fischiato lunedì sera il messaggio di Silvio Berlusconi letto durante il Consiglio Comunale straordinario indetto in onore delle vittime. I fischi hanno superato di molto gli applausi, perché le promesse fatte un anno fa non sono state mantenute. Il Presidente del Consiglio non c’era questa notte in piazza. Ha però rilasciato un’intervista a Il Centro, quotidiano abruzzese, e forse anche quelle sue dichiarazioni hanno riscaldato l’atmosfera.
“Gli italiani devono essere fieri di quanto è stato fatto all’Aquila” ha detto il presidente del Consiglio, perché “le abitazioni sono state costruite in tempi record e hanno evitato che gli sfollati vivessero per anni in baracche o roulotte”. Berlusconi assicura che non ci sono stati sprechi e ritardi grazie a Bertolaso “leader di grande valore” e le inchieste che coinvolgono il capo della protezione civile non sono state minimamente nominate.
“Nel decreto terremoto ci sono 8,6 miliardi di euro stanziati per la ricostruzione, ma ci vorranno anni e anni prima che L’Aquila torni al suo splendore.” Nessuna data certa però, perché “i miracoli li fa solo il Signore” anche se un anno fa garantiva ricostruzioni lampo.
A l’Aquila c’era il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, a ripetere che “è stato fatto un lavoro straordinario e incredibile”.  E c’era anche il popolo delle carriole pronto a contestarlo. “Non può andare in televisione e dire che tutto è stato risolto – dice Sara Vegni del comitato 3e32 – è una bugia. Così come non può continuare a nascondere le responsabilità della Protezione civile rispetto agli allarmi inascoltati”.
Di questa giornata resteranno le domande degli aquilani: che fine faranno i quartieri edificati dal Cavaliere e da Bertolaso se un giorno si dovessero ricostruire le case distrutte dal sisma, perché si è speso un miliardo di euro per il Piano Case ma non è stato salvato un solo posto di lavoro nelle aree terremotate e piccoli imprenditori e commercianti continuano a combattere per sopravvivere. Perché si tace sulle infiltrazioni mafiose negli appalti o sulle altre città ancora totalmente distrutte e per cui non ci sono soldi per la ricostruzione.
E a un anno dal terremoto in Abruzzo tutto sembra così simile agli altri terremoti d’Italia, dove il tempo non ha aggiustato niente, dove lo Stato, alla fine, si è dimenticato di tutti.

Marianna Lepore


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