Dimenticato

riccardo_rasmanQuesta storia non è nuova. Parliamo di un omicidio commesso quasi tre anni fa, i cui responsabili sono stati condannati in primo grado lo scorso 29 gennaio. Ma, mentre le vicende legate agli assassini di Meredith Kercher e Chiara Poggi, riempiono ancora pagine e pagine di giornali, la morte di Riccardo Rasman (nella foto a sinistra) e i resoconti del relativo processo, si sono meritati nel migliore dei casi un’apertura di cronaca per un giorno. Poi, tutto sparito. Eppure la sentenza del processo ha una portata storica, perché per la prima volta nella storia della Repubblica italiana degli agenti della Polizia di Stato sono stati condannati per omicidio colposo, anche se, come vedremo, il giudice ha inflitto loro la pena minima.

Ma, a questo punto, occorre un passo indietro: chi era Riccardo Rasman? Riccardo viveva a Trieste, era un ragazzo di 34 anni, molto alto e robusto. Soffriva di schizofrenia paranoide: si era ammalato nel 1992, durante il servizio militare in aeronautica, a causa dei pesanti scherzi e delle vessazioni subite dai suoi commilitoni. Da allora Riccardo aveva cominciato a nutrire un terrore folle nei confronti delle divise, ma, raccontano amici e conoscenti, era un ragazzo mite, dolce e amichevole. Il giovane era seguito dai servizi psichiatrici, ma era autonomo, tant’è che era anche andato a vivere da solo.

Il 27 ottobre del 2006 Riccardo Rasman era felice: aveva saputo che la sua richiesta per un posto da netturbino era stata accolta. Resta con i genitori fino alle 19.30 circa, poi decide di tornare a casa e festeggiare a modo suo. Accende una radiolina a tutto volume, si mette a ballare, esce nudo sul balcone e lancia, nel cortile posteriore, un paio di petardi. I vicini si spaventano e chiamano la polizia. Arriva un pattuglia che gli ordina di aprire la porta. Riccardo è terrorizzato, la sua paura per la divisa gli impedisce di tornare in sé: così si riveste e si rannicchia sul letto, rifiutandosi di aprire. Con l’aiuto dei vigili del fuoco, i poliziotti scardinano l’uscio dell’appartamento con un piede di porco. Sono in quattro: il capo pattuglia Mauro Miraz, e i suoi colleghi Maurizio Mis, Giuseppe De Biasi e Francesca Gatti.

Riccardo, cercando di difendersi, getta a terra le poliziotta. A questo punto gli altri tre lo immobilizzano e cominciano a picchiarlo: gli bloccano i polsi ammanettandolo e gli legano le caviglie con il fil di ferro. Poi, incomprensibilmente, lo colpiscono, forse con lo stesso piede di porco: i suoi schizzi di sangue imbrattano le pareti della stanza. A un certo punto uno dei poliziotti gli sale sul dorso: Riccardo rantola, non riesce a respirare e alla fine muore soffocato.

Dopo più di due anni e una richiesta di archiviazione da parte del Pm – poi da lui stesso ritrattata – lo scorso gennaio si apre il processo nei confronti dei quattro agenti accusati della morte di Riccardo. Gli imputati scelgono il rito abbreviato. Alla fine vengono condannati per omicidio colposo in tre: Miraz, Mis e De Biasi, mentre viene scagionata Francesca Gatti. La condanna è di sei mesi di carcere e 60mila euro di provvisionale. E’ la pena minima per questo tipo di reato, che prevede dai mesi ai cinque anni. Si tratta solo del primo grado ed è una pena ridicola ed irrisoria, ma comunque è la prima volta che in Italia vengono condannati degli agenti per omicidio colposo.

Eppure quasi nessuno ne ha parlato. I talk show non hanno fatto a gara per invitare i genitori e la sorella di Riccardo, Vespa questa volta non si è ingegnato per proporci un plastico dell’appartamento del ragazzo triestino o per portare in trasmissione il piede di porco con cui è stato colpito. Perché? Si è fatto di tutto per far passare inosservato il caso, per non ‘infangare’ il buon nome della Polizia di Stato, quando poi agendo in questo modo, non si fa che minare la fiducia dei cittadini, danneggiando anche coloro che fanno davvero il proprio dovere mettendo ogni giorno la loro vita a rischio. Ma del resto, quella di salvare a tutti i costi le apparenze per ‘difendere lo Stato’, è un’abitudine diffusa nel nostro paese (vedi il caso di Manuel Eliantonio) e gran parte della stampa contribuisce ad alimentarla.

Basti pensare che, come racconta Daniele Martinelli nel video dedicato al caso di Riccardo – pubblicato sul blog  di Beppe Grillo –  i Verdi di Trieste, dopo l’iniziale richiesta di archiviazione da parte del Pm, avevano deciso di comprare, al costo di 3.500 euro, una pagina del quotidiano cittadino ‘Il Piccolo’ per raccontare come stavano davvero le cose. Il  giornale, ricorda Alessandro Metz, componente dei Verdi di Trieste, “parlava del caso in maniera tale da rappresentare la realtà in maniera sfalsata”. Ad esempio, non veniva mai usato il termine “ucciso” per parlare della morte di Riccardo. E, nonostante fosse una pagina a pagamento, prima di pubblicarla il direttore del quotidiano ha voluto incontrare i Verdi davanti a un legale, per trattare parola per parola il testo del messaggio. Alla fine è stato comunque impossibile scrivere che i poliziotti avevano ucciso Riccardo, ma, spiega Metz “dopo lunghe trattative abbiamo pubblicato comunque quello che ritenevamo importante dover dire, in maniera, su alcuni passaggi, edulcorata, perché altrimenti questa notizia non sarebbe mai passata nella maniera più opportuna”. Nell’Italia del 2009 la libertà di stampa è un bene così raro, che non si trova neanche a pagarla. 

Letizia Cavallaro

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