Carceri: il suicidio non fa notizia

carceresuicidiosilenziotgUn altro suicidio in carcere e il silenzio totale dell’informazione televisiva: è quanto succedeva venerdì 29 ottobre quando un detenuto trentaduenne si è tolto la vita nel carcere bolognese della Dozza. In quei giorni, però, c’erano altre notizie che dovevano occupare la totalità dell’informazione. E l’unica occasione per affrontare il problema del sovraffollamento delle carceri è passata nuovamente sotto silenzio.

Così il sindacato Uil dei Penitenziari, attraverso il segretario Eugenio Sarno, ha dovuto diramare una nota per lamentarsi dell’assenza dell’attenzione dei media. Il giornalismo non racconta più la vita di chi vive ogni giorno in carcere. Preferisce occuparsi delle carceri solo quando si ipotizzano riforme della giustizia che raramente migliorano la situazione. La cinquantasettesima vittima di un sistema che non funziona non ha meritato nemmeno un titolo in chiusura dei telegiornali. Perché quel giorno era già il caso Ruby a tener banco. I titoli dei telegiornali dedicavano a questa giovane donna la maggior parte dell’edizione della sera.
Nulla invece sul 32enne P.G. il detenuto che si è impiccato nei locali delle docce con i lacci per le scarpe.
Un vero e proprio “dramma umanitario, sanitario e sociale”, come lo ha definito Sarno, che ben rappresenta la situazione nelle case di detenzione italiane. E non é tutto, perché “ai cinquantasette suicidi di detenuti in cella vanno sommati anche i cinque suicidi di agenti penitenziari, ed il suicidio di un dirigente generale dell’amministrazione penitenziaria”. Le parole di Sarno non sono dette a caso perché vogliono dimostrare come sia necessario approfondire le ragioni di queste morti che coinvolgono chi vive, chi lavora e chi è contiguo al carcere. Di questo dramma sociale, però, le televisioni preferiscono spesso non occuparsi anche perché le immagini di un carcere fanno certamente meno audience di quelle del corpo di una quasi maggiorenne disinibita.
Eugenio Sarno lo dice chiaramente: “Abbiamo molte difficoltà a comprendere come mai l’informazione sia predisposta ad una deriva gossip e non pare interessata ad approfondire questo dramma. Analogamente abbiamo qualche difficoltà a comprendere l’immobilismo della politica e le azzardate dichiarazioni di attenzione verso l’universo penitenziario che dai più disparati versanti politici ogni tanto ci raggiungono”.
La politica, negli ultimi tempi, si occupa di giustizia solo per cercare di promuovere leggi che servirebbero a pochi. Non è interessata alla vera rieducazione dei detenuti. Non pensa a come evitare che il carcere si trasformi automaticamente in una tomba per molti carcerati. Dal primo gennaio si contano mille tentati suicidi, 210 agenti sono stati feriti dai detenuti, ci sono 25.000 carcerati più del previsto, mancano più di mille tra educatori e assistenti sociali e 6.500 unità in meno di Polizia Penitenziaria.
“Questi 57 corpi esanimi dovrebbero rappresentare 57 macigni sulle coscienze di chi dovrebbe e potrebbe gestire e risolvere, ma non lo fa”, scrive Eugenio Sarno. E invita tutti i politici a non parlare per slogan della riforma della giustizia ma a trovare una soluzione. Perché nonostante i proclami sul piano carceri del governo continuano a mancare uomini e mezzi mentre il sovraffollamento, scaturito anche dalle politiche securitarie, sta lievitando. I detenuti in carcere muoiono, ogni giorno. L’attenzione però è solo per il “Rubygate”.

Marianna Lepore


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