Torino ricorda Bruno Caccia, magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta

BrunoCaccia_uccisondranghetaTorino, 26 giugno 1983, ore 23.30. Un uomo porta a spasso il suo cane. Gli si affianca un auto con due persone a bordo. Dal finestrino parte una raffica di colpi di pistola che non gli lascia scampo. Quell’uomo è Bruno Caccia, 65 anni, da tre Procuratore della Repubblica di Torino. È domenica: Caccia aveva deciso di lasciare a riposo la sua scorta quel giorno. Una scelta che si rivela fatale. Le indagini, sulla scia di una falsa rivendicazione, si indirizzano prima verso le Br, poi verso i Nar. Ma ad armare la mano degli assassini non è stato il terrorismo. A sparare è stata la ‘ndrangheta, che fino a quel momento non aveva mai ucciso al Nord e non aveva mai colpito la magistratura.

La verità arriva qualche anno dopo, grazie alle confidenze fatte in galera da Domenico Belfiore, uno dei capi dell’ndrangheta a Torino. “Con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare”, dice a un altro detenuto Belfiore, esponente di una famiglia che in quel periodo in tutta la regione controlla ristoranti, bar, imprese edili, attività commerciali. Le indagini di Caccia si stavano spingendo troppo oltre, tanto da mettere in pericolo la sopravvivenza della ‘ndrangheta in Piemonte. Per questo doveva essere fatto fuori.  Domenico Belfiore venne condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio nel 1993.
Ma in un Nord che ha sempre chiuso gli occhi davanti alla presenza della malavita organizzata sul suo territorio, ostinandosi a rinnegarne con orgoglio l’esistenza, il ricordo di Bruno Caccia (nella foto in basso a destra) e del suo sacrificio non ha mai ricevuto la giusta dignità. Una storia che merita di essere salvata dall’oblio, oggi più che mai, dopo che i 180 arresti dell’operazione Minotauro l’8 giugno scorso e i 19 dell’operazione Maglio di qualche giorno fa, hanno risvegliato Torino e il Piemonte dall’incantesimo, svelando all’Italia e al mondo che la ‘ndrangheta, le mafie, non sono solo ‘un problema del Sud’.
È proprio per conservare questa memoria che due anni fa è nata “Armonia, l’Arte Libera il bene”, la rassegna artistica organizzata da Libera Piemonte, Acmos, Orme e Gruppo Abele nella splendida cornice di Cascina Caccia di San Sebastiano da Po (Torino), luogo fortemente emblematico: la Cascina è infatti un bene confiscato proprio alla famiglia Belfiore, mandante dell’omicidio di Bruno Caccia. Grazie alla legge 109/96 il bene di proprietà mafiosa è stato restituito alla comunità ed è oggi sinonimo di cultura, incontro, economia legale, partecipazione della cittadinanza.
BrunoCaccia
La terza edizione della rassegna parte oggi e si conclude domenica. Una tre giorni di musica per rieducarsi alla bellezza, contro la rassegnazione e l’omertà. A tagliare il nastro stasera alle 19, gli Arco Quartet. Sarà poi la volta degli Out of Time, quartetto di giovani percussionisti del Conservatorio di Torino. Durante la serata interverrà Maria José Fava, referente di Libera Piemonte. Domani alle 21, sul palco di Armonia salirà Lucariello, rapper e cantautore napoletano che vede la sua musica come ruvida poesia e impegno civile, preceduto da un intervento di Marco Bertoluzzo del Gruppo Abele. Nella serata finale di domenica, alle 21, si esibiranno i membri della Classe di Musica da Camera del Conservatorio “G.Verdi” di Torino. A seguire, l’Orchestra Pequenas Huellas, progetto che, attraverso la musica, si pone l’obiettivo del riscatto sociale per bambini e ragazzi da tutto il mondo. L’esibizione sarà preceduta dagli interventi di Gian Carlo Caselli, Procuratore Capo della Repubblica di Torino e Paola Caccia, figlia del giudice Bruno Caccia.

Letizia Cavallaro

 
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