Forse sta finendo l’impunità

Federico Aldrovandi

Federico Aldrovandi aveva 18 anni nel settembre 2005. Tornava a casa, all’alba, dopo una serata con gli amici. Quattro poliziotti, tre uomini e una donna, lo hanno fermato e Federico è morto. Oggi la sentenza del tribunale di Ferrara li ha condannati a tre anni e sei mesi di carcere per “eccesso colposo” e stabilito che il loro intervento sproporzionato ha causato la morte del ragazzo. Durante il tentativo di arresto gli agenti hanno picchiato Federico con i manganelli fino a romperli, gli sono saliti addosso per immobilizzarlo e hanno ignorato le sue richieste di aiuto. 

Una vicenda molto simile a quella di Riccardo Rasman, in cui gli agenti però se la sono cavata con la pena minima di sei mesi. Una vicenda che ricorda purtroppo molte altre vicende in cui le forze dell’ordine si sono comportate in maniera poco edificante, dal G8 di Genova alla morte di Manuel Eliantonio. E di casi simili ce ne sono stati tanti. Troppi. Fino ai casi di Riccardo e Federico era molto difficile che agenti di polizia fossero condannati per omicidio colposo in Italia. Ma in questi casi il comportamento degli agenti è stato talmente assurdo e crudele che la mancanza di una condanna sarebbe sembrata intollerabile
Anche se la pena per gli agenti che hanno causato la morte di Federico Aldrovandi è molto più alta di quella degli agenti che hanno causato la morte di Riccardo Rasman resta il fatto che simili azioni compiute da normali cittadini sarebbero state punite molto più severamente, perlomeno con l’accusa di omicidio preterintenzionale, se non di omicidio volontario. 
Gli agenti, si dirà, hanno cercato di compiere il proprio dovere e non volevano certamente uccidere. I difendori degli agenti imputati nel processo Aldrovandi hanno sostenuto che il ragazzo avrebbe resistito violentemente e sarebbe morto non per le azioni dei poliziotti e per le numerose lesioni e ferite in faccia e sul volto, ma per le droghe che aveva assunto. I manganelli poi si sarebbero rotti perchè “fragili”.
La famiglia del ragazzo ha sempre negato che Federico fosse un drogato, e del resto la presenza di droghe (oppiacei) e alcool nel sangue era a livelli tanto minimi da non poter giustificare nemmeno una multa in auto. Invece Federico era a piedi ed è stato ucciso. Sembra poi molto difficile spiegare come sia possibile che quattro persone di media corporatura abbiano avuto difficoltà così gravi ad ammanettare un ragazzo disarmato e di corporatura normale da dover spaccare i manganelli sulla sua testa e salirgli addosso. 
Stessa storia per il caso Rasman: Riccardo era alto e robusto ma possibile che tre poliziotti per ammanettarlo ritengano necessario legarlo con il filo di ferro, salirgli addosso e far schizzare il suo sangue per tutta la stanza? Federico e Riccardo non erano pericolosi criminali. Erano due ragazzi disarmati che al massimo, se fossero stati arrestati invece che uccisi, potevano essere imputati per “disturbo della quiete pubblica”.
Si può uccidere qualcuno perché ha fatto rumore? Come ha detto giustamente lo scrittore Carlo Lucarelli sul blog aperto dalla famiglia di Federico, che è riuscita a far uscire questo caso dal silenzio, cose del genere possono succedere se mi ferma la Gestapo nella Germania Nazista, ma non possono essere tollerate in un paese democratico. 
Come spesso accade in questi casi i sindacati di polizia si sono schierati compatti dalla parte degli imputati, e questo sembra particolarmente triste. Perché simili comportamenti da parte della polizia distruggono la fiducia dei cittadini nelle forze dell’ordine e disonorano il corpo a cui appartengono gli agenti che li mettono in pratica. Le forze dell’ordine sono autorizzate a usare la forza per autodifesa e per difendere i cittadini, ma questa forza deve essere usata in modo proporzionato e in rispetto dei diritti umani di chi viene fermato, perché tutti gli arrestati non sono colpevoli fino a un eventuale condanna in un processo e perché in questo paese non sono previste nè la tortura nè la pena di morte.  Se nelle forze dell’ordine ci sono persone che non hanno ben chiaro questo concetto tali persone non sono certamente adatte a difendere i cittadini dal crimine.
Carlo GiulianiGabriele SandriMarcello LonziAldo Bianzino e i molti altri casi simili rappresentano un numero davvero eccessivo di “errori” per non far pensare che ci sia qualcosa di molto sbagliato nel comportamento di alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine. 
Per evitare che simili cose accadano così spesso serve una magistratura che non abbia paura di perseguire i colpevoli, serve un’informazione libera che non abbia paura di raccontare e censurare questi comportamenti, servono forze dell’ordine che non abbiano paura di allontanare e isolare chi usa la violenza invece della legge. Fino a pochi anni fa in Italia mancavano tutte e tre le cose. Oggi forse l’impunità sta finendo. La magistratura ha emesso delle condanne, l’informazione in parte latita, ma in parte riferisce, soprattutto grazie alla rete.
Quando vedremo il terzo elemento necessario per avere una polizia priva di simili inqualificabili episodi? Quando vedremo la maggioranza delle forze dell’ordine prendere le distanze dai colleghi che hanno usato la violenza in modo illegittimo e criminale?
 
Francesco Defferrari 
 
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