Decenni di ritardo e un mare di soldi

nucleare

Mentre il resto del mondo si impegna per lo sviluppo delle energie rinnovabili, in prima linea gli Stati Uniti di Obama e la stessa Unione Europea, l’Italia decide di tornare al nucleare. Le centrali verranno costruite probabilmente in Sardegna, Piemonte, Puglia, Lombardia: le uniche regioni che non hanno un alto rischio di terremoti. 

Ma il premier e Cappellacci  hanno promesso che in Sardegna non si sarebbero fatte centrali, quindi se non è la solita promessa alla Berlusconi, una di quelle che sono state fraintese, restano solo tre regioni, con la possibile aggiunta del Lazio. In realtà dove il rischio terremoto è minore rimane comunque il rischio alluvioni, oltre a quello dell’innalzamento del livello del mare che potrebbe avvenire nei prossimi decenni per il riscaldamento globale, ma per loro sono solo dettagli. Il governo parla di 4 centrali ma in realtà ne vorrebbe 11, per raggiungere il 25% del fabbisogno energetico. Quello che gli altri paesi occidentali vogliono raggiungere con le rinnovabili, su cui il nostro attuale governo prevede investimenti zero
Anche se negli anni 50 l’Italia fu tra le prime nazioni a investire nel nucleare, la verità è che nell’87, all’epoca del referendum, era ormai in ritardo, e infatti aveva solo 3 centrali funzionanti, due delle quali già vecchie di più di vent’anni e vicine al limite di esercizio. Ora, con una spesa complessiva di 50-70 miliardi di euro solo per la costruzione (a cui vanno aggiunti tutti i costi per lo smaltimento e la messa in sicurezza delle scorie, che nessuno sa minimamente dove mettere) e anni di lavoro si vorrebbe ricominciare da capo. Questo significa che magari nel 2030 l’Italia potrebbe avere 11 centrali che probabilmente non basteranno comunque al 25% del fabbisogno elettrico quando tutti gli altri paesi europei invece avranno investito nelle rinnovabili e saranno molto più avanti di noi. Questo si che è pensare al futuro. Ma non è che alla politica e ai gruppi industriali interessi davvero il bilancio energetico: il punto è uno solo, farci un sacco di soldi. Non ci sarà nessun vantaggio per i cittadini comuni. 
Gli anglosassoni usano l’espressione “non nel mio giardino” per indicare un’opera pubblica che molti vogliono sulla carta ma che nessuno poi vuole vicino a casa propria. Tipici esempi gli inceneritori, la Tav, le centrali nucleari, e il motivo per cui nessuno la vuole nel proprio giardino non è miope egoismo come sostiene la propaganda di regime. Il motivo è che sono tecnologie vecchie, distruttive, inquinanti e potenzialmente pericolosissime. Ma si sa che in Italia il federalismo esiste solo nelle fantasie e nella propaganda della Lega, quindi come per gli inceneritori e la Tav non si faranno certo problemi a manganellare senza ritegno la popolazione locale quando si opporà alle centrali. 

Francesco Defferrari

 

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