Le infradito spiaggiate

ricicloinfraditoKenia290709Spesso capita ai più piccoli, ma tutti almeno una volta nella vita hanno perso le proprie infradito camminando sulla spiaggia, scendendo da un gommone, saltando su un moletto. E quelle ciabatte avranno percorso chissà quanti chilometri in mare aperto. Da qualche parte, però, saranno andate a finire.

Di solito non ci chiediamo mai dove vanno a finire le cose che perdiamo in mare, credendo magari che si dissolvano. E invece, spesso, percorrono chilometri e chilometri per poi arrivare su qualche lontana spiaggia.

In Kenya il problema era diventato preoccupante. La corrente marina della Somalia trasporta, ogni anno nelle spiagge del Kenya, milioni di ciabatte provenienti dall’India, dalla Cina, dalla Malesia e dal Madagascar. Le coste erano diventate un cimitero di ciabatte e le donne del posto avevano iniziato a raccoglierle per farne giochi per i loro bambini. Poi è arrivata l’idea rivoluzionaria di Julie Johnstone, fondatrice della singolare società specializzata appunto nella raccolta di questo tipo di scarpe, poi trasformate in tanti tipi di utensili.
Così pulire l’oceano è diventato un lavoro utile e creativo. È stata questa la sfida lanciata su www.uniqueco-designers.com da The Flip Flop Recycling Company, un’azienda che raccoglie le ciabatte infradito di plastica (in inglese flip flop) che approdano sulle spiagge del Kenya e poi le ricicla trasformandole in coloratissimi accessori.
I risultati ottenuti fino a questo momento sono molto incoraggianti e li ha comunicati proprio la fondatrice della società Julie Johnstone. “Solo nel 2008, con i 150 dipendenti della società, abbiamo raccolto dodicimila chili di infradito, equivalenti a circa 36mila paia di ciabatte. In quattro anni abbiamo messo insieme settanta tonnellate di materiale”.
Così contrastando il fenomeno dilagante dell’oceano-discarica Uniqueco, insieme al FlipFlop Project, ha trovato un modo per diffondere la cultura locale e sopratutto risolvere i tre gravi problemi della costa keniana: la disoccupazione, la pulizia delle coste e la diminuzione, a vista d’occhio, di tartarughe che non riuscivano più a deporre le proprie uova sulle spiagge.
Oggi la società riesce anche a produrre i tanto odiati sacchetti di plastica partendo dalle infradito abbandonate.

Non solo giochi e buste, però, perché le infradito sono trasformate anche in gioielli, accessori alla moda, utensili per la casa e vengono venduti on-line, diventando veicolo di un’azione che tutela l’ambiente e allo stesso tempo reinterpreta la cultura locale.
Nel 2005, poi, è nato anche il marchio UniquEco con l’intenzione di produrre e commercializzare beni a base di gomma riciclata, plastica e metalli migliorando le condizioni di vita degli abitanti del posto e garantendogli un miglioramento del proprio ambiente e della propria ricchezza culturale e sociale.
Soprattutto è importante il messaggio che arriva da quest’iniziativa: un paese africano, spesso considerato così lontano dall’avanzato e inquinato mondo occidentale, riesce a risolvere il problema della pulizia delle sue coste e a fare, dei rifiuti, un vero e proprio investimento.

The world’s rubbish dump: a garbage tip that stretches from Hawaii to Japan by Kathy Marks, Asia-Pacific Correspondent, and Daniel Howden dall’Indipendent

Marianna Lepore

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