Il Giappone ferma la caccia alle balene

stopcacciabaleneTentativo dopo tentativo, la Sea Shepherd Conservation Society può dire di aver vinto, almeno per il momento. I regolari attacchi alle baleniere giapponesi per cercare di interrompere la caccia di questi mammiferi, hanno fatto innervosire non poco il Giappone che ha deciso di sospendere il programma annuale di caccia alle balene.

“Garantire la sicurezza è una priorità” ha dichiarato Tatsuya Nakaoku, un funzionario dell’Agenzia nipponica, dopo che un gruppo di attivisti ha attaccato la nave ammiraglia, il peschereccio Nisshin Maru. Al momento il Giappone ha deciso solo di sospendere la caccia ma c’è già chi prevede che per quest’anno si possa chiudere anticipatamente. Sarebbe una grande vittoria per la Sea Shepherd Conservation Society, un’associazione statunitense senza scopo di lucro che da oltre trent’anni si batte per la preservazione degli ecosistemi marini. E se la stagione della caccia dovesse effettivamente interrompersi, sarebbe una sconfitta per i giapponesi perché significherebbe darla vinta agli ambientalisti, che avrebbero poi minori difficoltà nel portare a termine altre azioni di contrasto in futuro.
Non è solo la Sea Sheperd che cerca di combattere questa caccia. Lo scorso anno, infatti, l’Australia ha presentato una denuncia contro il Giappone alla Corte internazionale dell’Aia per chiedere il blocco della caccia alle balene a fini scientifici nell’Oceano meridionale. La decisione, però, non arriverà prima del 2013 e quindi tutte le azioni che permettono un rallentamento di questa pratica sono ben accolte da chi difende queste creature.
Il Sol Levante ha introdotto il concetto di “caccia ai fini scientifici” per aggirare la moratoria internazionale del 1986, sostenendo di aver diritto di valutare l’impatto delle balene sull’industria della pesca. Ma nell’ultimo anno questa caccia è diventata sempre più difficile, proprio a causa delle azioni di disturbo degli attivisti. Così l’obiettivo di catturare 850 balenottere entro fine marzo sarebbe stato molto lontano anche senza questo stop, visto che già l’anno precedente il target raggiunto era di appena 506 unità, a causa di difficoltà nelle attività anche per gli scontri diplomatici nati con Australia e Nuova Zelanda.
Dietro la scelta del rientro anticipato delle baleniere ci potrebbe però essere un motivo più banale. Nonostante questa carne rientri nelle tradizioni culinarie giapponesi, come ricordano le autorità di Tokyo, ormai ha dei prezzi proibitivi – un piatto di carne di balena costa anche cento dollari – e non è più particolarmente apprezzata in Giappone. Tanto che negli ultimi tempi le spese per finanziare le missioni in Antartico iniziano a non essere più convenienti visto che non si ricoprono i costi.
Per vedere se il Giappone ha veramente intenzione di cambiare abitudini, bisognerà però aspettare giugno, quando, come ogni anno, si riunirà la Commissione baleniera internazionale in cui i Paesi denunciano le quote di animali che intendono cacciare l’anno seguente.

Marianna Lepore

 
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