L’accordo (quasi) impossibile

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Striscione di Greenpeace al ColosseoIl problema del vertice di Copenhagen sul riscaldamento globale è che paesi ricchi e paesi poveri vogliono cose diverse, incompatibili tra loro, ed entrambi i gruppi vogliono qualcosa che è incompatibile con il futuro della Terra. I paesi ricchi vogliono continuare ad inquinare ancora un pò per poi smettere molto gradualmente, e non vogliono pagare i danni dell’inquinamento che hanno prodotto finora. I paesi poveri vogliono iniziare ad inquinare e non dover pagare per questo.

C’è poi un altro gruppo composto da paesi come la Russia, il medio oriente, il Venezuela e vari altri, cioè i maggiori produttori mondiali di petrolio e gas, che vogliono continuare ad avvelenare il pianeta perché su questo si basa la loro economia. Infatti nei primi giorni del vertice si sta già litigando come matti proprio su questi punti. Il protocollo di Kyoto prevedeva che i paesi più ricchi avrebbero dovuto ridurre le loro emissioni di anidride carbonica, mentre India Cina e i paesi in via di sviluppo ne erano esonerati perché anche se ormai le loro emissioni sono pari a quelle di Europa e Nord America, nell’ultimo secolo hanno contribuito poco o niente all’aumento dell’anidride carbonica. Ancora oggi infatti le emissioni pro capite di anidride carbonica in Asia, Africa e Sud America sono soltanto un quarto rispetto a Europa, Russia e Medio Oriente e un ottavo rispetto al Nord America. I dettagli della proposta danese invece prevedono una riduzione delle emissioni da parte di tutti entro il 2020 e un taglio del 50% entro il 2050 (rispetto ai livelli del 1990). Un’idea che non piace affatto alle nazioni in via di sviluppo perché significa che le loro emissioni resteranno sempre inferiori a quelle del mondo ricco.
Ue e Usa hanno proposto aiuti economici ai paesi poveri, 2 miliardi di euro l’anno da parte della UE e 10 miliardi di dollari all’anno la proposta Usa. Sembrano cifre ingenti ma sono spiccioli a livello globale, meno di due dollari a testa per abitante del pianeta, una cifra del tutto insufficiente a limitare i danni dei disastri climatici. La verità è che i paesi ricchi non vogliono ridurre le emissioni perché hanno troppi interessi economici in ballo. Anche la proposta UE di ridurre le emissioni del 20 o del 30% nei prossimi 10 anni difficilmente sarà approvata. Gli Stati Uniti di Obama devono ancora approvare una legge interna, che sarà pronta forse soltanto a gennaio, e nel frattempo non vogliono prendere impegni internazionali. L’unica notizia positiva è l’annuncio dell’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti che per la prima volta ha incluso i gas serra in quelli dannosi per la salute umana, una decisione che dovrebbe facilitare la loro riduzione nei prossimi anni. Ma tutto questo non è per nulla sufficiente: diversi studi scientifici hanno già evidenziato che se le emissioni non si riducono del 25-40% entro il 2020 la temperatura globale aumenterà di almeno 3 gradi, l’anticamera del disastro. L’ultimo decennio è stato il più caldo nella storia del mondo da quando le temperature vengono registrate, e anche in Italia la temperatura media si alza: i 10 anni più caldi degli ultimi due secoli sono successivi al 1990. 
Ma nel nostro paese si pensa soltanto a costruire centrali nucleari, che non sarebbero pronte prima di 10-15 anni, come minimo, e quindi non servirebbero a ridurre le emissioni. Riuscirebbero però ad aggravare molto il problema delle scorie radioattive che noi già abbiamo, anche se poche fonti d’informazione ne parlano. 
Per salvare il pianeta servirebbero interventi decisi, ad esempio proibire il commercio di veicoli a combustibili fossili entro pochi anni per sostituirli con auto elettriche o ibride, dare rapido impulso alle vere fonti rinnovabili, creare un ciclo virtuoso dei rifiuti che punti al riciclaggio e non agli inceneritori e molte altre cose che non faranno. Perché a Copenhagen decidono gli uomini che hanno costruito la loro ricchezza con l’inquinamento, oppure i loro amici. Quindi niente di concreto sarà fatto fino a quando i morti per il riscaldamento globale non si conteranno a milioni. E probabilmente in quei giorni sarà troppo tardi per salvarci. 

Francesco Defferrari

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