La lotta per le balene

MegatteraLe balene sono uno degli animali simbolo dell’ambientalismo mondiale. Furono portate quasi all’estinzione dalla caccia indiscriminata del 1800 e 1900, vietata nel 1986 con una moratoria rispettata da quasi tutti i paesi del mondo, tranne Islanda, Norvegia e Giappone. Quest’ultima nazione in particolare è stata spesso criticata dagli ambientalisti perché costituisce il maggior mercato mondiale per la carne di balena.

Alcuni popoli hanno cacciato le balene per molti secoli: i giapponesi stessi, gli abitanti del nord Europa, le popolazioni di entrambi i lati del nord Pacifico, i baschi in Spagna. Proprio questi ultimi iniziarono già nel 1100 un commercio internazionale di carne, grasso e ossa di balena. Ma soltanto a partire dall’inizio del 1800 la caccia alle balene divenne un’attività industriale che in meno di due secoli aveva portato questi grandi mammiferi sull’orlo dell’annientamento. Per questo motivo nel 1986 fu decisa una moratoria internazionale sulla caccia alle balene fino a quando le popolazioni non avessero avuto il tempo di recuperare.
Al momento le tre nazioni che non hanno mai cessato la caccia alle balene uccidono circa 2500 esemplari all’anno con la motivazione ufficiale di “ricerche scientifiche”, anche se in realtà le balene uccise vengono poi utilizzate per scopi commerciali. La caccia però non è l’unica minaccia per i grandi mammiferi del mare: il traffico navale, l’inquinamento causato dalla plastica e le reti dei pescatori uccidono ogni anno molte balene, e sono anche la probabile causa dei numerosi spiaggiamenti di cetacei che avvengono in ogni parte del mondo, recentemente anche in Italia.
Oggi il Giappone ed altre nazioni sono favorevoli alla riapertura della caccia perché sostengono che nei 25 anni di moratoria la popolazione dei grandi cetacei è molto aumentata, ma questa tesi viene contestata da diversi ricercatori. Anche se non esistono dati precisi sulla consistenza della popolazione mondiale di balene prima che gli uomini iniziassero a cacciarle, le testimonianze di alcuni secoli fa fanno pensare che le balene fossero molto più numerose di oggi.
I primi europei che arrivarono sulle coste del Nord America ad esempio raccontano che le balene erano tanto numerose che in alcuni periodi dell’anno sarebbe stato possibile attraversare intere baie marine camminando sui loro dorsi. Questi racconti spesso vengono considerati esagerazioni, ma in realtà corrispondono a molti altri racconti del tutto simili riferiti a tanti ambienti naturali del pianeta prima che gli uomini iniziassero a distruggerli.
I cetacei che un tempo popolavano a milioni i mari e gli oceani oggi sono ridotti nelle situazioni migliori a un terzo del loro numero originario, e nei casi peggiori a un centesimo. Secondo i paesi che sostengono la caccia ad esempio la balenottera minore avrebbe oggi una popolazione di 600.000 esemplari, pari a quella che aveva nei secoli prima della caccia. Ma diversi ricercatori pensano invece che la popolazione reale di balenottere sia molto inferiore alle stime e comunque pari a soltanto un terzo del milione e mezzo di individui che abitavano i mari prima che gli uomini iniziassero a ucciderle. Secondo alcuni ricercatori la diminuzione delle balene avrebbe anzi modificato completamente l’equilibrio ecologico dei mari. In base agli accordi della moratoria del 1986 la caccia potrebbe riprendere una volta che le popolazioni di balene raggiungeranno il 54% del loro numero originario. Soltanto che nessuno sa quale sia esattamente questo numero originario, che molto probabilmente viene sottostimato.
Ma il punto più importante è che non vi è alcuna reale necessità di riprendere la caccia alle balene, e che la loro popolazione non potrebbe comunque mai sostenere un diffuso utilizzo commerciale a livello mondiale, visto il vertiginoso aumento della popolazione umana nell’ultimo secolo. 
Intanto la lotta per il futuro delle balene continua. Due attivisti giapponesi di Greenpeace sono sotto processo in Giappone per aver sottratto della carne di balena dalla compagnia incaricata dal governo di “ricerche sui cetacei”. Lo scopo dei due uomini era dimostrare che la carne veniva illegalmente rivenduta dai dipendenti della compagnia, anche se le “ricerche” sono ufficialmente pagate dallo stato giapponese. Invece gli attivisti sono stati arrestati e ora rischiano fino a 10 anni di prigione. Il processo è stato visto come un’iniziativa del precedente governo giapponese per attaccare Greenpeace e criticato anche dall’ONU, ma ora l’organizzazione ambientalista spera che il nuovo premier Hatoyama assuma un’atteggiamento diverso.
Nei mari australi intanto è lotta aperta tra le baleniere giapponesi e la Sea Sheperd, un’organizzazione ambientalista che ha deciso di impiegare sistemi di resistenza attiva e sabotaggio per ostacolare la caccia alle balene, come disturbare le navi lanciando vernice e fumogeni. La battaglia ha un certo successo, visto che per molti giorni le baleniere non sono riuscite a uccidere nessuna balena, ma un’attivista neozelandese dell’organizzazione è stato arrestato su una nave giapponese e verrà portato in Giappone. L’uomo era salito sulla nave per protestare per il precedente affondamento del trimarano Ady Gil da parte della baleniera. 
La lotta per il futuro delle balene insomma è più attuale che mai, con il Giappone accusato di corrompere i paesi poveri perché votino la riapertura globale della caccia. Ma si spera che in gran parte del mondo ormai l’opinione pubblica sia in gran parte sfavorevole a riprendere il massacro e voglia dare così alle balene una speranza di sopravvivenza. 

Francesco Defferrari

 
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