Dopo un anno in Sri Lanka non c'è ancora un colpevole per la morte di Lasantha Wickrematunge, il direttore del quotidiano The Sunday Leader ucciso da quattro uomini armati mentre guidava la sua auto per andare al giornale. Prima di morire aveva scritto un editoriale in cui accusava il governo cingalese della sua morte. E' solo uno dei tanti giornalisti nel mondo che sono stati uccisi e probabilmente non avranno mai giustizia.
Succede quando gli assassini andrebbero cercati all'interno dei governi o tra i potenti cartelli della criminalità organizzata, e nessuno ha intenzione di farlo. Lo Sri Lanka infatti è uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Il governo quest'anno ha sconfitto dopo decenni di guerra civile le Tigri Tamil, ma ha suscitato critiche internazionali per il trattamento della minoranza tamil che vive nel nord del paese, e che per mesi dopo la fine della guerra è stata rinchiusa in campi di prigionia. Ora in Sri Lanka si avvicinano le elezioni e contro il presidente Rajapaksa, considerato il responsabile del cattivo stato dei diritti umani nel paese, si è presentato il generale Sarath Fonseka, vincitore della guerra, che però ha promesso autonomia ai tamil e ha accusato il governo di aver deciso, senza consultarlo, esecuzioni arbitrarie di presunti ribelli. Un cambiamento politico potrebbe quindi migliorare la situazione nel paese. La colpa di Lasantha e dei molti altri giornalisti arrestati, minacciati e uccisi in Sri Lanka era proprio quella di informare il pubblico sul mancato rispetto della legge e dei diritti umani.
E' sempre questa la colpa dei giornalisti che vengono perseguitati e uccisi, come in Iran, dove adesso il governo minaccia di condannare a morte gli oppositori e il paese è diventato la più grande prigione al mondo per i giornalisti, con 42 persone detenute per aver osato scrivere, sui giornali o su internet, la verità. Segue, staccata di poco, la Cina, dove è sufficiente creare un video che parli del Tibet per ricevere sei anni di prigione. La situazione della libertà di stampa è pessima in molti altri paesi, come il Pakistan, dove i giornalisti subiscono attacchi da due diversi fronti, intimiditi e arrestati dal governo e uccisi dai fondamentalisti islamici.
O il Messico, dove solo nel 2009 sono stati uccisi 13 giornalisti, in genere cronisti locali che indagavano sulla corruzione o sugli affari della criminalità organizzata, e altri 17, per gli stessi motivi, nel resto dell'America latina. Una situazione molto simile a quella del nostro Sud Italia anche se dal 1993 in poi le nostre organizzazioni mafiose si sono limitate, finora, a gravi minacce. Questo non significa che possiamo gioire dello stato della libertà di stampa in Italia, visto che oltre alle mafie abbiamo anche una maggioranza al governo che attacca molto spesso la libertà di espressione, già fortemente limitata.
Perdere la libertà di stampa è facile, come si vede in Russia, dove tanti giornalisti sono stati uccisi nell'indifferenza della maggior parte dell'opinione pubblica, o in molte nazioni africane dove il tiranno di turno, magari con l'appoggio di grandi compagnie occidentali, vuole mettere a tacere le voci scomode. La libertà di stampa si perde quando ci sono interessi sporchi che hanno paura della verità, perché non vogliono che siano rivelate la loro corruzione e i loro abusi, ma soprattutto si perde se i cittadini non fanno di tutto per difenderla. Perché troppo persone dimenticano molto facilmente quello che i governi corrotti e le organizzazioni criminali non dimenticano mai, che senza verità non c'è nemmeno giustizia, né democrazia, né speranza.
Francesco Defferrari
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