Niente più programmi di approfondimento in televisione durante i 30 giorni precedenti alle elezioni. In sostanza questo ha stabilito a maggioranza la Commissione di Vigilanza Rai, ieri, che si riuniva proprio per decidere regole precise di par condicio in vista delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo. Le regole adottate, però, sono tali che i programmi di informazione spariranno proprio quando dovrebbero informare di più.
Ancora una volta il mondo politico sconfina nell’indipendenza del lavoro giornalistico. E proprio il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, oggi, ha chiesto alla commissione parlamentare di riesaminare la sua decisione per lasciare ai cittadini il diritto di essere informati. Pretendere di oscurare i talk show della Rai perché non si riesce a trovare un modo per regolamentarli in periodo di campagna elettorale è un atto grave verso il servizio pubblico e i suoi utenti.
Ieri sera la commissione di vigilanza ha approvato con i voti del centrodestra e del relatore Marco Beltrandi, radicale eletto nelle liste del Pd, con la netta opposizione degli altri esponenti del partito democratico, una norma che assimila alle regole della comunicazione politica nell’ultimo mese prima del voto anche le trasmissioni di approfondimento.
I programmi di informazione, in pratica, dovranno, secondo il comma 4 dell’articolo 6 del regolamento sulla par condicio, uniformarsi ai meccanismi delle tribune elettorali. Quindi stesse domande, tempi cronometrati e la conseguente disparità di trattamento visto che i grandi partiti riusciranno ad avere più manifesti e congressi in giro per l’Italia mentre i piccoli dovranno accontentarsi di qualche apparizione qua e là. Pancho Pardi, capogruppo dell’Italia dei Valori in commissione Vigilanza, ha detto che questa norma “È la riduzione ai minimi termini delle forze politiche più piccole, violando il valore costituzionale della tutela delle minoranze”.
Quali programmi salteranno? Porta a Porta, Ballarò, Annozero, In mezz’ora. Trasmissioni di approfondimento che permettono a molti cittadini di capire cosa succede e di andare al di là dei facili proclami rilasciati dai politici durante le interviste dei telegiornali. Quindi questi appuntamenti salteranno, cosa che la legge non chiede. Per salvarsi potranno ospitare nei loro spazi le tribune politiche o andare in onda in orari diversi. Ma sembra difficile che Bruno Vespa, Michele Santoro o Giovanni Floris si mettano a parlare di argomenti stabiliti a prescindere, con interlocutori scelti da altri. Grazie a questa scelta improvvisa, poi, due terzi del palinsesto di Raitre rischia la cancellazione. Con un grande danno economico per l’azienda e con dibattiti ingestibili con tutti quei candidati. Ma soprattutto non ci sarà più vera informazione, con i giornalisti obbligati a fare più o meno le stesse domande senza alcun approfondimento, con l’unico compito di controllare che non si sfori nei minuti.
Tra l’altro, come il capogruppo del Pd in vigilanza, Fabrizio Morri, fa notare, si apre anche un problema relativo alla tv commerciale: “Dubito molto- sottolinea – che l’Autorità per le comunicazioni si senta di cancellare Matrix o gli altri approfondimenti di Mediaset”.
Solo tra qualche giorno si saprà veramente cosa succederà, anche perché il presidente della Rai, Paolo Garimberti, ha già annunciato che domani il consiglio di amministrazione discuterà del tema per valutare l’impatto del regolamento sulla linea editoriale delle trasmissioni.
L’attacco all’indipendenza del giornalismo, però, è grave. Si vuole calare un bavaglio sugli occhi e sulle orecchie dei cittadini. Si vuole educare una massa di italiani a non conoscere. E in giorni in cui le reti Rai ci bombardano di pubblicità per ricordare di pagare il canone e ci cantano che la tv pubblica “ci offre di più”, sapere ufficialmente che per un mese non ci darà reale informazione politica sembra quasi uno spot uscito male.
Marianna Lepore
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