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Home Questioni di denaro Italia e resto d'Europa, il reddito minimo parla lingue diverse

Italia e resto d'Europa, il reddito minimo parla lingue diverse

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 L’Italia non dovrebbe adeguarsi al reddito minimo di cittadinanza solo per soddisfare i giovani senza lavoro, da alcuni definiti fannulloni, nonostante lauree e master nel proprio curriculum. Il Bel Paese dovrebbe adeguarsi per un invito ad adottare il reddito minimo nei sistemi di welfare fatto nel lontano 1992 dall’Europa. La raccomandazione 92/441 Cee sulla Garanzia minima di risorse impegnava, infatti, già nel 1992 tutti gli stati membri a adottare delle misure di garanzia di reddito come elemento qualificante del modello di Europa sociale. 

Le stesse idee sono poi state ripetute nel 2000 con il vertice di Lisbona e poi di Nizza. Alla fine sono rimaste inadempienti, come spesso capita, Italia e Grecia.

È proprio il reddito minimo la ragione per cui, negli altri Paesi, a 18 anni si va via da casa emancipandosi così dalle proprie famiglie. Ed è grazie a sussidi del genere, ad esempio, che in Francia le coppie, che lavorano o no, con almeno due figli a carico hanno diritto alle Allocations familiales: 115 euro al mese che aumentano se i figli diventano tre o quattro, il tutto fino a venti anni compiuti senza fare domande o lunghe file negli uffici.
Da noi invece si mischiano i fattori negativi: grande divario fra i redditi, alto numero di disoccupati o precari, assenza di reddito minimo e in aggiunta affitti delle case alle stelle quasi mai dichiarati.
Negli altri paesi civili, invece, lo Stato va incontro ai più deboli e gli dà un sostentamento. La mentalità semplicistica italiana porterebbe a credere che allora nessuno cercherebbe più un lavoro. E invece il reddito minimo consente di cercare meglio il proprio lavoro. L’entrata fissa al mese, per quanto esigua, consente di analizzare le richieste, le proprie competenze, di non affrettare le scelte. Il salario minimo consente di andare via da casa, magari formando una nuova famiglia, che invece in Italia difficilmente si progetta prima dei 30 anni.
Le cifre, mensili, che arrivano dall’estero fanno rabbrividire i tanti dipendenti dei call center italiani: 613,3 euro in Belgio; 425,4 in Francia che diventano 638,10 euro se si è in coppia, laicamente, senza certificazioni; 1044,4 in Lussemburgo; 345 in Germania; 743 in Danimarca se si ha meno di 25 anni, 1153 dai 26 anni in poi; 669 in Gran Bretagna e così via. Ma alle cifre che a volte possono sembrare esigue vanno aggiunti i sussidi per l’alloggio, per i figli, la scuola, i trasporti. In Francia ad esempio una coppia con tre figli arriva ad avere più di 1150 euro di disoccupazione. Così mentre la Francia ha già festeggiato i venti anni del Revenu minimum d’insertion, l’Italia deve ancora progettarlo.
Ma forse è il concetto di disoccupazione che è diverso. Fino a qualche anno fa i disoccupati tedeschi di lungo periodo avevano dallo stato anche i soldi per mobili e vestiti. Dal 2005 sono state introdotte delle restrizioni, ma il sussidio spetta lo stesso a tutti i disoccupati tra i 16 e i 65 anni. E se in Germania, a parte, sono dati anche i soldi per affitto e riscaldamento (salvo che il disoccupato non sia di lungo periodo), in Francia da disoccupati si ha diritto anche alla “riduzione sociale sul telefono”. Sì, perché da quelle parti si è capito che il disoccupato non può avere l’aggravante di pagare bollette telefoniche salate, quando proprio grazie a quel mezzo potrebbe mettersi in contatto con eventuali nuovi datori di lavoro. Il motivo è presto detto, il disoccupato non può isolarsi, altrimenti il lavoro non riuscirà mai a trovarlo.
Garantire un reddito conviene poi all’intera società: la rende più sicura e il soggetto che ottiene il sussidio ha il coraggio di credere nei suoi progetti proprio perché il rischio è minore.
La grande differenza assistenziale tra l’Italia e il resto d’Europa è che da noi l’indennità di disoccupazione è solo per i lavoratori tipici, quindi quelli che versano i contributi necessari e dura al massimo un anno. In Europa, invece, il reddito minimo copre sia chi non ha ancora un lavoro sia chi l’ha perso e non ha diritto all’indennità perché non ha versato i contributi.
In Europa chi non lavora può permettersi, grazie al reddito minimo, di non perdere le speranze. Può cercare un nuovo lavoro con calma, può addirittura studiare per affrontare un concorso o acquisire le competenze necessarie per un nuovo lavoro. Può combattere l’incertezza del futuro credendo ancora nelle proprie capacità. E non parliamo di paesi lontani, ma di territori poco distanti in cui forse varrebbe la pena vivere.  

Marianna Lepore 

Commenti

avatar Marco
0
 
 
posso capire la destra..ma la cosidetta sinistra quando crescerà e comincerà a parlare di queste cose..senza avviarsi in inutili dibatiti sociologici ecc ecc
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Ultimo aggiornamento Giovedì 16 Aprile 2009 17:10  
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