Il vento freddo è arrivato un po’ in tutta Italia, per alcune zone forse prima del previsto. Il vento freddo è arrivato anche a L’Aquila e qui era aspettato. La temperatura negli ultimi giorni è scesa anche a meno uno. Troppo freddo per vivere nelle tende. Così le case di tela saranno smontate, l’ultimatum è stato dato. E gli aquilani dove andranno a finire?
Non si sa. Però il Governo aveva promesso di chiudere i centri provvisori per fine settembre e ora quei centri vanno smantellati, anche se in seimila aspettano ancora la nuova casa o l’agibilità per quella vecchia. Perché in realtà qualcuno la casa ce l’ha, magari anche senza particolari danni, ma deve aspettare che qualcuno gli dia il permesso di entrarci. Tutto dipenderà dagli ultimi controlli sul censimento, dalla lista di collocazione, dall’alfabeto (A, casa agibile; B, che necessita lavori; C, maggiori lavori; E, inagibile; F, irraggiungibile) della propria abitabilità.
Il futuro di famiglie intere è appeso a delle lettere. E se la lettera è dalla B in poi, ma ha la fortuna di non essere inagibile o irraggiungibile, non si rientra tra i fortunati. Perché le case a quel punto sono in attesa del decreto di agibilità. Così pur avendo un tetto (certo da riparare ma ancora lì) sotto il quale riprendere la propria vita, si finisce con il dover vivere nelle tende, nelle casette, nei vagoni del treno. Seimila famiglie ancora devono essere sistemate, ma ora le telecamere, i sorrisi e le promesse si sono spostate in Sicilia, a Messina. E la vita degli aquilani, ora, non ha più bisogno di promesse.
Il governo ha parlato di “rivoluzione berlusconiana” per le poche case consegnate, ma in realtà doveva semplicemente dire “abbiamo rispettato gli impegni presi”, o meglio, parte di questi. Le scuole, ad esempio, sono ricominciate nelle tende, con il freddo, e lì non c’era il governo a fare qualcosa.
Le prime case consegnate hanno ricevuto le riprese di intere troupe televisive eppure non tutti hanno detto che, all’inizio, le prime abitazioni di legno consegnate non erano quelle del progetto CASE ma quelle della provincia di Trento. Così come la costruzione del Villaggio di Onna, possibile per grandissima parte grazie ai fondi ricevuti dalla Croce Rossa nazionale (5.000.000 €), che ha finanziato l'opera grazie alle donazioni raccolte per questo sisma.
La ricostruzione non è completata, nonostante le telecamere e il Governo si siano allontanati. Perché quello che il terremoto e ora la smobilitazione delle tende ha creato è la distruzione del tessuto sociale. Le “salette di socializzazione” sono desolatamente vuote, le famiglie sono costrette a spostare di nuovo le poche cose raccolte, a dividersi. Ad allontanarsi dalla propria città. C’è chi, non potendo più aspettare ha chiesto un mutuo in banca e grazie a un po’ di terreno è riuscito a costruirsi una casa di 80mq. «Ci è costata 32mila euro, l’abbiamo montata in due giorni. Non è grande abbastanza per dieci persone, ma rispetto alla tenda ci sembrerà di sentire l’eco».
Con uno Stato sempre più lontano e senza un tetto sulla testa ad alcuni non resta che la rete per dare voce alla propria sofferenza e raccontare quello che altrimenti non si saprebbe.
C’è il blog nato dopo il terremoto del 6 aprile con lo scopo di trascrivere se le promesse fatte alla gente saranno mantenute. C’è chi, da altre regioni, ha aiutato la ricostruzione di alcuni paesi con ottimi risultati e ha rispolverato la politica fatta dal basso, efficace, partecipata, vissuta ad ogni livello.
C’è chi approfitta del suo diario online per raccontare quello che vive sulla propria pelle, la rabbia degli aquilani nel ricevere la lettera del sindaco che avvisa la scadenza entro cui abbandonare il campo e le tende, senza avere ancora un tetto. A sei mesi dal sisma, insomma, ci appare chiaro che ora quanto mai è indispensabile il mutuo soccorso tra le persone. Quanto fatto dai nostri rappresentanti finora non fa che alimentare il senso di disillusione e di impotenza dei cittadini.
C’è chi fa del proprio apostrofo, di cui in molti si dimenticano, un vero e proprio marchio. E c’è chi approfitta della vicinanza forzata (è passato dai 10 metri di distanza tra le case a una manciata di centimetri tra le roulotte) per dare voce con un blog alla rabbia dei cittadini, anche con ironia. Così sono nati video che spopolano su youtube e che dimostrano come questo popolo, anche nella devastazione, sorride e prova ad andare avanti. Franciscus, una delle due menti del blog diceche, ha continuato a riprendere con la sua telecamera la sua città, e il risultato finale è stato Riprendiamoci, un video documentario che ha partecipato al Venezia Film Meeting.
Sul blog ognuno può scrivere i suoi “dice che”: e tra una promessa del presidente del consiglio e uno sgombero delle tende c’è ancora spazio per un sorriso.
“dice che co tutte sse casette de legno mo ji piromani se daranno alla pazza gioia”
“ma gli sete visti ji moduli per le case E, F o Zona rossa!!!!
Dice che CEPU stà a organizzà nu corso de formazzzzziòòòòòò!!!”
“dice che mò finiscono la metropolitana perkè a via roma se pò passà meglio”
Marianna Lepore
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