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G8 Genova, dieci anni dopo

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GenovaG8diecianniÈ il giorno del corteo, a Genova, per ricordare ancora una volta gli avvenimenti del G8 di dieci anni fa quando una protesta di tantissimi giovani e famiglie intenzionate a manifestare il loro dissenso verso le misure inutili adottate dai grandi del mondo si trasformò in una guerra: un morto, 500 feriti, più di 250 persone arrestate, 6200 candelotti di lacrimogeni, danni per 25 milioni di euro. Di quel G8 non si ricordano le misure adottate dai grandi. Si ricorda il nome di un ragazzo finito suo malgrado sulle pagine di cronaca nera e si ricordano i nomi di una scuola e di una caserma, simboli della violenza inaudita della polizia.

I giovani che erano scesi per le strade a ricordare che la globalizzazione spinta, voluta dai potenti del G8, non avrebbe portato solo fortuna e ricchezza ma solo più ingiustizie, disuguaglianza civile, guerre, un pianeta devastato, si ritrovarono tutti insieme in una scuola, la Diaz, per dormire. E proprio in quelle mura che avrebbero dovuto difenderli, vennero massacrati. Sottoposti a una “macelleria cilena”, a una delle più grandi violazioni dei diritti umani in un paese occidentale dal dopoguerra. A distanza di dieci anni si è arrivati a una sentenza di secondo grado che non lascia dubbi. Al processo Diaz sono stati condannati in appello altissimi dirigenti di polizia: l’attuale capo dell’Anticrimine, il direttore del dipartimento Analisi del servizio segreto civile. In un processo parallelo, per induzione alla falsa testimonianza dell’ex questore di Genova, l’ex capo della polizia ha avuto in appello una condanna a un anno e quattro mesi. Le scuse per le vittime, però, non sono mai arrivate. Per questo, proprio in questi giorni, Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum a Genova nel 2001, e Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International, hanno chiesto la stessa cosa: “scuse pubbliche” da parte dello Stato. Anche perché i carnefici di quelle violenze, poiché il codice penale italiano non prevede il reato di tortura, non sono stati incriminati per tale reato ma per altri che, sottoposti alla prescrizione, hanno portato all’impunità. Le persone torturate per tre giorni e tre notti erano 252: nessuno di loro ha ricevuto nemmeno le scuse. In dieci lunghissimi anni non si è riusciti a capire chi firmò il verbale di arresto della scuola Diaz. E a ulteriore beffa di quei fatti, negli anni sono arrivate anche le promozioni. Mentre i tribunali condannavano quei poliziotti per la gestione dell’ordine pubblico nel 2001, il ministero dell’Interno li promuoveva, dando un ulteriore colpo alla credibilità del nostro Paese. 
Genova il suo lutto, forse, non l’ha ancora elaborato. Per questo motivo in tanti sono ritornati in città in questi giorni e oggi pomeriggio sfileranno da piazza Montano fino a piazza Caricamento dove ci sarà il concerto finale. L’obiettivo di questi giorni di incontri, manifestazioni, dibattiti è quello di “costruire una memoria collettiva -  ha spiegato Rita Lavaggi, portavoce del Coordinamento verso Genova 2011 – partendo dal fatto che i processi hanno stabilito una verità, la nostra verità, da cui si deve ripartire per lenire le ferite di allora, con lo sguardo rivolto al futuro, alle nuove generazioni”.
Perché in questi mesi le nuove generazioni sono tornate nelle piazze, non solo in quelle italiane, ma nel Mediterraneo, nel nord Africa, nel mondo, perché non condividono la strada che questo pianeta sta percorrendo.
Insieme ai “nuovi” giovani, a Genova in questi giorni c’erano anche quelli che 10 anni fa credevano nella possibilità di un cambiamento. E che da quegli scontri, quelle violenze, non si sono più ripresi.  Tra loro, per le strade della città ligure, è tornato Mark Covell, giornalista di Indymedia che la notte del 21 luglio 2001 entrò in coma dopo un pestaggio subito davanti alla Diaz e oggi, dieci anni dopo, ha ricevuto da Genova la cittadinanza onoraria. I danni di quella notte, come molti altri giovani, lui li porta ancora sul corpo: le sue costole furono fratturate, i polmoni perforati, e fu ricoverato in fin di vita con emorragie interne, danni alla spina dorsale e 16 denti in meno. Una volta picchiato fu lasciato a terra per venti minuti senza soccorso, circondato dai poliziotti. Oggi è salvo solo perché qualcuno lo caricò su un’ambulanza. “Lo so che sarà difficile, ma vorrei che Spartaco Mortola e tutti gli alti dirigenti presenti venissero indagati per tentato omicidio nei miei confronti. Altro che promossi questori”, dichiara a il Fatto quotidiano. Mark Covell le ferite di quei giorni le porta ancora sul corpo e il sorriso che 10 anni fa probabilmente aveva per le strade come tutti gli altri ragazzi, oggi non riesce a mostrarlo a causa di un disturbo psicologico da stress post traumatico e perché al posto dei suoi denti oggi ha una dentiera. Forse quello che Covell non riesce a spiegarsi, quello che molti dei giovani stranieri vittime come lui di quelle torture non capiscono, è come sia possibile che 10 anni dopo i dirigenti della polizia condannati in appello per quei pestaggi hanno fatto carriera e Silvio Berlusconi come anche Gianfranco Fini siano ancora ai vertici delle istituzioni italiane. In dieci anni le ferite non sono passate. C’è un nuovo motto, “Loro la crisi, noi la speranza”, ci sono facce invecchiate e c’è la paura, oggi più concreta, di dover fare in fretta: l’altro mondo oggi non è possibile, è necessario e deve succedere con urgenza.

Marianna Lepore


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Last Updated on Saturday, 23 July 2011 15:08  
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