Un pezzo d’Italia nel cuore d’Europa

Romanshorn

Lago di Costanza o, come viene chiamato in tedesco, Bodensee. Siamo nel cuore dell’Europa, al confine tra Svizzera, Germania, Austria. Eppure da qui l’Italia è molto più vicina di quanto possa sembrare. Sono infatti migliaia i nostri connazionali che vivono in questa zona. I primi sono arrivati giovanissimi, a cavallo tra gli anni ’50 e gli anni ’60, soprattutto dalle regioni del Sud Italia: Calabria, Basilicata, Puglia, Campania. A spingerli a partire la voglia di futuro, di non rassegnarsi a una vita che sembrava già scritta.

Un’emigrazione che, a parte i picchi degli anni ’60, si è mantenuta comunque costante nel corso del tempo e ha conosciuto una battuta d’arresto solo negli anni ’90. Oggi le famiglie dei primi emigranti sono arrivate alla terza generazione e se si sbircia tra i registri anagrafici dei comuni di questa zona si scopre una piccola Italia.
Come a Romanshorn, cittadina sulle sponde del lago. Cantone Turgovia, svizzera tedesca. Qui, su poco più di 9.300 abitanti, gli italiani sono circa il 10% e anche il vicesindaco, Danilo Clematide, ha un nome che con il tedesco ha poco a che fare. C’è un paese in provincia di Salerno, Monte San Giacomo, nel cuore del Vallo di Diano, da cui negli anni sono partiti in centinaia per raggiungere questa cittadina del nord-est della svizzera. Molti di loro hanno cominciato come muratori, poi hanno lavorato come operai e qualcuno alla fine si è dedicato alla ristorazione. Anche se in tanti, dopo la pensione, sono ritornati in patria, i sangiacomesi a Romanshorn sono ancora numerosi e negli anni si sono integrati con le altre comunità di immigrati, come quella portoghese ad esempio, altrettanto folta. Per dare un’idea del clima multiculturale che si vive qui, basti pensare che presso la chiesa cattolica cittadina è possibile ascoltare la messa in diverse lingue: italiano, portoghese, polacco. Ogni comunità ha il suo sacerdote.
Così come a scuola, al pomeriggio, fin dalle elementari, si organizzano corsi di lingua e cultura italiana. Lezioni frequentatissime da figli e nipoti di emigranti italiani, che sentono un legame stretto con il loro paese d’origine, ma in rari casi seguono i genitori che decidono di tornare in patria. I ragazzi nati qui sono infatti consapevoli delle scarse opportunità che il nostro paese offre ai giovani. E anche se dell’Italia amano il calore, l’ospitalità e l’allegria, dal punto di vista professionale sanno di essere molto più fortunati dei loro coetanei nati e cresciuti in patria.
Dal porto di Romanshorn basta prendere un battello e in poco più di mezz’ora, attraversando il lago si raggiunge Friedrichshafen, sulla

Friedrichshafen

sponda tedesca del lago. La città, che conta circa 57 mila abitanti, è famosa per aver ospitato la fabbrica di dirigibili Zeppelin e ancora oggi, nei mesi primaverili ed estivi, è possibile vedere il famoso velivolo ad aria in versione moderna solcare il cielo che sovrasta il lago. Proprio nei pressi del porto, si può  inoltre visitare lo Zeppelin Museum, che documenta tutta la storia dei famosi dirigibili. Vittima di pesanti bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, la città si è ripresa rapidamente dopo il conflitto, conservando e potenziando la vocazione prettamente industriale, che l’ha resa meta di una vasta emigrazione dal sud dell’Europa. Anche qui la comunità italiana è numerosa. I nostri connazionali hanno messo su un centro culturale. Molti i campani e lucani, tra cui il signor Luigi Abate, originario di Accettura, in provincia di Matera, che racconta le sue battaglie per mantenere i corsi di lingua italiana presso le scuole tedesche. C’è un atteggiamento contrastante tra questi emigranti nei confronti del paese che li ha ospitati. I più anziani non hanno cancellato le difficoltà incontrate i primi tempi, gli episodi di razzismo nei loro confronti, l’emarginazione in cui all’inizio hanno vissuto. Non si sentono in debito con i tedeschi, anzi considerano pari il bilancio morale nei loro confronti. “La Germania ci ha dato lavoro – dicono – ma noi, con la nostra fatica l’abbiamo ricostruita”.  
I più giovani invece ringraziano la Germania per le opportunità che ha dato loro e non parlano delle incomprensioni e delle difficoltà che, probabilmente, hanno sentito di meno rispetto a coloro che li hanno preceduti. Ritornando sulla sponda svizzera, basta allontanarsi per pochi chilometri da Romanshorn per arrivare a San Gallo, cittadina che dà il nome all’omonimo cantone e soprannominata “la città dei mille gradini” per le tante scalinate costruite sulle colline che la circondano. Centro economico della Svizzera orientale,  San Gallo 

San Gallo

vanta una biblioteca annoverata tra i tesori culturali dell’Unesco per l’architettura settecentesca e  per i manoscritti medievali, alcuni dei quali risalenti al IX secolo. La città è famosa anche per i suoi pizzi la cui lavorazione risale al XV secolo.  E proprio al centro della Spisergasse, la strada dello shopping cittadino, ci si imbatte in una vetrina ricca di meraviglie per chi ama la biancheria fatta a mano: lenzuola, tovaglie, sacchetti profuma biancheria.  Entrando, la musica coglie di sorpresa: una canzone italiana anni ’30, ascoltata direttamente da un giradischi.  Tutto spiegato non appena si scambiano due parole con il proprietario: Rocco Scasascia, anche lui italiano. Originario del Salento, Rocco è arrivato in Svizzera negli anni ’60, “con le scarpe bucate” racconta, ma, grazie a una buona dose di intraprendenza e passione è riuscito a mettere in piedi un’attività di successo in una delle cittadine più ricche della Svizzera. Come Giuseppe Citera, proprietario del locale “Mammassunta”, di fronte la piazza ricoperta in velluto rosso, il salottino della città. Giuseppe è nato e cresciuto a Sanza, in provincia di Salerno, e con la moglie Assunta propone ai suoi clienti solo cucina paesana.  Anche il suo può essere considerato un caso di emigrazione di successo. Oggi infatti viaggia in Ferrari, su quelle stesse strade che ha costruito con il suo lavoro quando era muratore. 
Ma Giuseppe, come Rocco, non dimentica le difficoltà  incontrate i primi anni in Svizzera: i soprusi, la diffidenza, le ingiuste discriminazioni. Così come non le dimenticano i milioni di immigrati italiani in giro per il mondo, che le hanno vissute sulla loro pelle. Così come non dovrebbero dimenticarle gli italiani oggi, prima di dare giudizi affrettati su chi arriva nel nostro paese in cerca di una nuova vita.

Letizia Cavallaro

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