Gli Alice in Chains rivivono, in parte

Alice in Chains, nuovo album

Gli Alice in Chains erano una delle band più famose del Grunge, il movimento musicale iniziato nella Seattle degli anni 90 che portò alla notorietà mondiale non soltanto loro ma anche i Pearl Jam e i Nirvana di Kurt Cobain. Gli Alice in Chains, dopo 14 anni dall’ultimo album in studio, sono tornati con Black Gives Way to Blue. La lunghissima pausa si spiega in parte con la morte del cantante Layne Staley nel 2002, una delle anime delle band.

Il principale autore del gruppo però era ed è il chitarrista Jerry Cantrell e il suo nuovo lavoro è certamente all’altezza dei precedenti. Nel panorama musicale di oggi, spesso deludente e desolante, gli Alice in Chains suonano come una luce nelle tenebre. Ma non è che Layne Staley o l’irripetibile stagione del grunge possano tornare in vita. Quella musica era rivoluzionaria, la colonna sonora oscura e rabbiosa della fine di un millennio che non autorizzava molte speranze per il successivo. Oggi il nuovo cantante William DuVall svolge il suo compito con bravura e una certa somiglianza vocale con Staley, ma l’album non porta niente di nuovo, solo un ritorno al passato.
La musica degli Alice in Chains era cupa più di quella delle altre band del grunge: i testi parlavano di autodistruzione, solitudine, disperazione. Layne Staley ha vissuto tutto questo fino alle estreme conseguenze ed è morto di overdose nel 2002. Invece la rabbia e l’insofferenza diffusa tra le giovani generazioni che quella musica riusciva ad esprimere così bene trovò uno sfogo nel mondo reale nell’esplosione del movimento no global, proprio a Seattle, nel 1999. Ma la musica purtroppo non è riuscita a seguire il movimento e a rinnovarsi. Il movimento stesso, 10 anni dopo sembra spento da un pezzo, soffocato nel sangue al G8 di Genova del 2001 e messo in secondo piano dalla guerra permanente.
Tutti i grandi generi musicali corrispondono sempre a qualche movimento sociale: dal rock degli anni 50 a quello degli anni 70, con le battaglie per i diritti civili. Quando non è così, è soltanto intrattenimento usa e getta. E infatti è quello che passa sui media mainstream, musica conformista, banale, costruita a tavolino dalle major, privata della carica eversiva che aveva in passato. Non è un caso che questo avvenga. Le band che hanno preso posizioni politiche forti hanno subito censure e ostracismo, come accaduto alle Dixie Chicks, e in televisione non passa nulla che possa sembrare controverso. Le giovani generazioni devono essere anestetizzate e diventare bravi consumatori.
Molti musicisti da parte loro hanno abdicato a una delle loro principali funzioni, quella di parlare dei problemi della società, per fare un mestiere come gli altri. Ma la musica non è un lavoro, dovrebbe essere arte, e l’arte deve guardare il mondo che la circonda o diventa stucchevole, inutile e distaccata dalla realtà. Il grunge era una musica che parlava più che altro di problemi personali, eppure viveva in simbiosi con lo stesso ambiente culturale da cui sono nate le proteste contro la globalizzazione. Il grunge parlava di un mondo soffocante, privo di ideali e di speranze, e da questo è nata una ribellione mondiale contro la società disumana e conformista in cui viviamo. Molti gruppi che hanno fatto la storia del Grunge sono ancora attivi e capaci di fare ottima musica, come gli Alice in Chains, ma il movimento ormai non esiste più e la loro musica non è più rivoluzionaria. 
 
Francesco Defferrari 
 
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