Il nuovo schiavismo nelle terre del Sud

Uomini_e_caporali_AlessandroLeograndeIn un film del 1955 Totò finiva in manicomio dopo aver minacciato di uccidere il suo superiore. La minaccia era nata dopo aver subito per anni le angherie del suo capo e, prima ancora, quelle di molte altre persone. Ricoverato in ospedale, Totò racconta a un medico come lui divide l’umanità: due categorie, uomini e caporali. I primi sono costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere il sole, sotto le minacce dei secondi.

Totò era convinto che “caporali si nasce” perché hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni. Ma i caporali non esistevano solo nel 1955. Cinquanta anni dopo, i caporali esistono ancora. Questa volta hanno semplicemente cambiato prede. Alessandro Leogrande lo racconta bene nel suo ultimo libro, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud.
Un romanzo documentario sulla vasta campagna pugliese, quella da cui provengono la maggior parte dei pomodori poi smistati in giro per l’Italia. Raccogliere pomodori, però, non è un mestiere che i giovani vogliono fare, perché è un lavoro massacrante. Così ogni estate migliaia di stranieri provenienti dall’Africa e dall’Europa dell’Est arrivano nel Tavoliere delle Puglie per raccogliere i nostri pomodori. Ma arrivare in Puglia non significa trovare un lavoro. Significa entrare in un meccanismo di totale schiavismo.
I nuovi braccianti sono costretti a vivere in casolari diroccati, in condizioni igieniche atroci, lavorando dall’alba al tramonto, spesso con un compenso salariale inesistente: 3 euro a cassone (quindi diversi quintali) a cui vanno sottratti i soldi per l’affitto della casa e il cibo razionato. Nessuno riesce a salvarsi, nessuno riesce a scappare. Quei pochi che ci hanno provato sono scomparsi nel nulla, probabilmente uccisi dalle guardie.
Qualcosa cambia nell’estate del 2005 quando tre ragazzi polacchi riescono a scappare dai loro aguzzini e a raggiungere il consolato di Bari. Dalla loro denuncia parte un’inchiesta, Terra Promessa, che porta al blitz dei carabinieri e all’arresto di cinque caporali.
Alessandro Leogrande racconta proprio questa storia. Incontra le vittime, descrive la mentalità dei nuovi caporali (spesso ex-sfruttati che hanno trovato in questo mestiere l’unica soluzione per vivere meglio), interroga magistrati, medici e i sindacalisti che hanno provato a opporsi a questo sfruttamento.
Un racconto inchiesta che non tralascia le violenze e nemmeno i lati più toccanti della vicenda, come l’incontro con la madre e il fratello di un ragazzo polacco sparito nel nulla dopo che era riuscito a telefonare a casa e raccontare la verità sul lavoro e lo sfruttamento.
Leogrande non dimentica di raccontare questo schiavismo moderno e, allo stesso tempo intrecciarlo con il massacro di braccianti, stavolta pugliesi, compiuto nel 1920 a Gioia del Colle dagli uomini pagati dai latifondisti della zona. Cento anni sono passati, ma chi coltiva la terra è ancora trattato come una bestia.
Il libro, che ha vinto la 55ma edizione del Premio Napoli 2009, ripercorre il cammino di queste vittime che hanno avuto la forza di ribellarsi al caporalato, fino alla sentenza del 22 febbraio 2008: una sentenza storica, non solo perché per la prima volta un caso di riduzione in schiavitù attuato su larga scala nel mondo del lavoro entra nelle aule di giustizia, ma anche perché la sentenza emessa è una condanna grave. Dieci anni di reclusione per 5 capicellula, per aver ridotto centinaia di braccianti in stato di schiavitù sui campi di pomodori della Capitanata, in Puglia. Vari loro complici e sottoposti subiscono pene tra 4 e 5 anni.
Una sentenza rivoluzionaria, per i vivi ma anche e soprattutto per tutti quegli immigrati morti in quelle campagne, prima sognate e alla fine odiate.

Marianna Lepore


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