La Turchia condanna Pamuk

OrhanPamukNel giorno in cui il Nobel per la letteratura viene assegnato a Herta Muller, c’è un’altra notizia che riguarda un altro vincitore di questo prestigioso riconoscimento.
Orhan Pamuk il Nobel l’ha vinto nel 2006 ed è uno degli scrittori turchi più famosi al mondo. Adesso, però, potrebbe essere costretto a risarcire migliaia di compatrioti.
Inizia tutto nel 2005 quando in un’intervista a una rivista svizzera, Das Magazin, lo scrittore turco rilascia una dichiarazione che fa il giro del mondo: “Noi turchi abbiamo ucciso trentamila curdi e un milione di armeni e nessuno, tranne me, osa parlarne in Turchia”.
Una frase che violava ogni tabù su curdi e armeni. Certo non era la prima volta che qualcuno diceva una cos del genere: il primo fu lo storico Taner Akcam che nel 1976 fu condannato a 10 anni di carcere per “offesa all’identità turca” e riuscì a salvarsi solo rifugiandosi all’estero.
Per Pamuk è diverso: sei suoi connazionali nonché familiari di vittime della lotta armata del Pkk non gradiscono la sua frase e decidono di citarlo per danni morali chiedendo un risarcimento di 30.000 dollari. Ma se inizialmente il tribunale assolve Pamuk, lo scrittore apprende a maggio di quest’anno (mentre stava andando alla Fiera del libro di Torino) che la Corte di Cassazione aveva annullato la sentenza assolutoria di primo grado.  Si poteva quindi andare avanti. Così è arrivato il parere della Suprema Corte d’appello che rovescia la sentenza. Anzi, amplia le possibilità di ricorso. Ogni cittadino turco che si senta leso da quanto lo scrittore ha detto e dice, rappresenta in sé il Paese, può fargli causa e può vincere.
Una sorta di fatwa che non lascia via libera allo scrittore e che spiega bene quello che Perihan Magden, scrittrice turca che vive sotto protezione, aveva detto in un’intervista “Nel nostro Paese la differenza tra critica e diffamazione viene stabilita da un giudice in base a criteri molto soggettivi”.
Il Nobel, ora, potrà quindi andare di nuovo sotto processo: se ritenuto colpevole, i 180 mila dollari richiesti fino ad ora potrebbero diventare milioni se anche altre persone aderissero. La libertà di espressione, in Turchia, è quindi ancora un miraggio. Qualsiasi affermazione può rientrare sotto la voce di “vilipendio all’identità nazionale”, la stessa accusa avanzata nei confronti del giornalista Hrant Dink, amico di Pamuk, che sostenne le tesi sul genocidio del 1915. Per lui non ci fu grazia: fu prima condannato a sei mesi di carcere e quindi ucciso da un fanatico nel gennaio del 2007.
Lo scrittore ha detto che il tribunale avrebbe dovuto considerare l’ipotesi in cui ogni cittadino turco decida di fargli causa. “Potremmo parlare di libertà di pensiero?” si è chiesto.
Oggi la Turchia è convinta che nascondere la verità sul passato possa servire a sanare le ferite. Nessuno, in particolare i giudici, pensa che mettere sotto accusa gli scrittori non è un comportamento che aiuta le aspirazioni europee di questo Paese, sempre in bilico tra passato e futuro.
 
Marianna Lepore


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