Italia 2009: vietato sognare

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“Non so se mi rinnoveranno il contratto, non so dove sarò tra un mese, non so niente di niente”. Parole che sono diventate il manifesto di una generazione … la “Generazione mille euro”, quella raccontata dall’ultimo film di Massimo Venier, nelle sale italiane da venerdì scorso e tratto dall’omonimo libro di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa.

A pronunciarle è il protagonista, Matteo. Trent’anni, genio della matematica, vive a Milano e incanta platee di studenti universitari con le sue lezioni su Gödel. Peccato che lo faccia da “cultore della materia” e che per vivere debba lavorare nel settore marketing di una multinazionale, anche se il marketing gli fa chiaramente schifo. Come Francesco, migliore amico e coinquilino di Matteo, che per mettere a frutto i suoi studi cinematografici non ha trovato di meglio che un lavoro da proiezionista in un cinema ed è costretto a macinare turni su turni per pagare l’affitto.  O Beatrice, venuta dall’Umbria con il grande sogno di “insegnare greco ai ragazzini brufolosi”  e che ogni sera si ritrova a fare i conti da sola, davanti allo specchio, con le sue delusioni.  Un quadro nient’affatto roseo, ma che il regista riesce a colorare con tinte allegre e vivaci, grazie alla caratterizzazione dei personaggi e al racconto di situazioni paradossali, che fanno di “Generazione mille euro” una commedia gradevole e leggera, lontana dai toni più drammatici di “Tutta la vita davanti”, con cui lo scorso anno Paolo Virzì aveva raccontato la vita dei precari a Roma. A dare al tutto un tocco nostalgico, un Paolo Villaggio nelle vesti di professore universitario all’ultima lezione, in bilico tra la malinconia dell’imminente pensione e la consapevolezza che quell’università a cui ha dedicato la sua vita non esiste più. L’happy end è happy solo a metà. Diviso tra due donne, che rappresentano rispettivamente successo e amore, Matteo sceglie di non tradire se stesso, anche se nell’ultima scena si ritrova non lontano dal punto di partenza. Felice ma precario, innamorato ma ancora in attesa di quel concorso all’università che forse non vincerà mai.  Tipico,  in un paese dove ai giovani stanno insegnando a credere che sognare allo stesso tempo la realizzazione professionale e personale significhi voler chiedere troppo alla vita.

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Letizia Cavallaro

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