Un documentario per ricordare Federico Aldrovandi

FedericoAldrovandi_FestivalcinemaVeneziaÈ il 25 settembre di cinque anni fa: un ragazzo di appena diciotto anni incontra all’alba nei pressi dell’ippodromo di Ferrara una pattuglia della polizia. Tre uomini e una donna in divisa. Cosa sia successo per far scattare la violenza, nessuno riuscirà a stabilirlo con certezza. Federico Aldrovandi era vivo, prima di incontrarli. Ora un film documentario cerca di far luce su quella notte, su quelle violenze ed approda al Festival del cinema di Venezia proprio cinque anni dopo quella drammatica notte.

La morte di Federico, oggi, sembra troppo simile a quella di molti altri giovani: Stefano Cucchi, Riccardo Rasman, Manuel Eliantonio. Simile a chissà quante altre morti sospette che non riescono a raggiungere l’eco dei media. Che non riescono a indignare l’opinione pubblica.
Tra la morte di Federico, avvenuta all’alba, e la telefonata ai suoi genitori, molte ore dopo, ci sono troppe domande e troppi silenzi. Ad alcune di queste ha provato a dare una risposta il tribunale di Ferrara che, nel luglio del 2009, ha condannato a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell’omicidio di Federico Aldrovandi. I poliziotti non hanno raccolto le richieste di aiuto del ragazzo e hanno infierito su di lui con i manganelli che poi si sono rotti. Come fanno quattro agenti addestrati a non riuscire a fermare un ragazzo disarmato tanto da dover usare i manganelli e spezzarli per la violenza inferta sul giovane, è una domanda che resta sullo sfondo.
Ed è una delle tante che non avrebbero ricevuto risposta senza la volontà dei genitori di Federico di ridare dignità al proprio figlio.
La mamma di Federico, Patrizia, nel gennaio del 2006 apre un blog per raccontare la sua storia e cercare la verità, visto che i giornali si erano ormai già dimenticati della vicenda.

Filippo Vendemmiati nel film documentario racconta tutta la storia di Federico Aldrovandi, i fatti accertati e i misteri che li avvolgono, il processo e i suoi numerosi colpi di scena, tentando di fornire una spiegazione verosimile dell’accaduto. Niente è risparmiato dei 5 anni di odissea giudiziaria.
“È stato morto un ragazzo” è il titolo di questo documentario che, dopo l’anteprima al festival del cinema di Venezia, dove è in concorso nella sezione Spazio Aperto – Giornate degli autori, sarà ufficialmente proiettato a Ferrara il 25 settembre, quinto anniversario di quella tragica notte. Il documentario racconta la versione ufficiale diffusa dalle forze dell’ordine sulla morte di Federico: “ucciso per mix di droghe”, e lo stupore dei familiari e degli amici che non accettano questa spiegazione. Nel sangue di Federico c’erano tracce di droga e alcool, ma i livelli erano talmente bassi da non poter giustificare nemmeno una multa in auto. Com’era possibile, quindi, che fosse morto per questo? Com’era possibile che il suo viso fosse sfigurato? Com’era possibile che sul suo corpo fossero registrate 54 lesioni? I genitori di Federico non si sono rassegnati, hanno lottato per ottenere giustizia e verità. Sono riusciti a dimostrare, grazie ad una nuova perizia medico legale, che la causa di morte sarebbe stata “un’anossia posturale”, perché gli agenti gli sono saliti addosso e sordi alle sue urla l’hanno letteralmente schiacciato. Grazie alle seconde indagini uscirà fuori la registrazione di quella notte del colloquio telefonico tra gli agenti e la centrale operativa, con uno dei poliziotti che dice “..l’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so…è mezzo morto”. Il film ha ricevuto il sostegno dell’associazione Articolo 21 e il patrocinio della Regione Emilia Romagna, ma non vuole essere un manifesto contro la polizia e i poliziotti, come ha detto il regista Vendemmiati, piuttosto “contro l’impreparazione di molti agenti, colpiti da ansia, incapacità e mancanza di mezzi”.
Nel luglio del 2009 gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri sono stati condannati a tre anni e sei mesi per omicidio. La vita di un ragazzo di 18 anni che dopo una serata con gli amici sta tornando a casa facendo troppo rumore per strada e viene ammazzato da chi dovrebbe al massimo proteggerlo, vale solo 3 anni di carcere per la giustizia italiana. Tre anni che grazie all’indulto, varato nel 2006, non sono stati nemmeno scontati. E c’è anche la beffa. Perché quei poliziotti non sono stati espulsi dalla polizia. I cittadini italiani stanno pagando lo stipendio a chi, secondo una sentenza di primo grado, è stato dichiarato colpevole di omicidio. La famiglia di Federico si batte, ora, perché queste persone siano almeno licenziate.
“È stato morto un ragazzo” farà molto discutere al festival del cinema di Venezia. Perché non è un film. Ma è la storia dell’Italia di questi ultimi anni. Perché se la legge bavaglio di cui si è parlato per due anni interi fosse stata approvata cinque anni fa, oggi i genitori di Federico non sarebbero riusciti ad ottenere nemmeno giustizia per la morte del figlio. È un film che fa riflettere sul nostro Paese e sull’eredità che lasceremo ai nostri figli. Un Paese dove si può uccidere qualcuno solo perché ha fatto rumore e non scontare alcuna pena. Perché lo Stato non è dalla parte dei deboli.

Marianna Lepore

{youtube}1ZSU-lfaHY4{/youtube}

 


   

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>