Monicelli e la libertà

Il modo in cui Mario Monicelli ha scelto di andarsene è stato qualcosa di stupefacente. Pochissime persone trovano il coraggio di uccidersi a 95 anni scegliendo il momento e il modo della propria morte invece di attenderla passivamente con il lento decadimento della malattia. Un gesto che non ricorda affatto la maggior parte dei personaggi dei suoi film, che in genere non erano quasi mai caratteri eroici, anche se molti di loro erano in grado di mostrare alla fine un sussulto di dignità.

E’ impossibile ora sapere perché Monicelli ha fatto questa scelta, certamente era un uomo fieramente indipendente che non faceva mistero della sua pessima opinione su questo periodo politico e si augurava un cambiamento radicale per il paese. Era anche un uomo fieramente indipendente che non avrebbe mai accettato di essere costretto a vivere contro la sua volontà. 
La sua morte quindi ha naturalmente investito il dibattito sull’eutanasia, che è in realtà una semplice questione di libertà. La medicina moderna è potenzialmente in grado ormai di tenere in vita un malato per un tempo molto lungo, anche senza nessuna speranza di guarigione. Nessuno probabilmente desidera per sé questo genere di accanimento terapeutico, eppure molti provvedimenti del governo in carica sono andati proprio in questa direzione, come nel caso di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro, che lo stato italiano voleva costringere a “vivere” fino all’estrema sofferenza nel primo caso, e molto dopo la definitiva morte celebrale, nel secondo. 
Monicelli ha deciso forse di sottrarsi preventivamente a questo squallido sfruttamento della malattia e della morte fatto per ragioni di convenienza politica e religiosa. O forse ha semplicemente preso una decisione personale che riguardava soltanto lui. Una possibilità che dovrebbero avere tutti i cittadini, senza che il governo imponga le credenze religiose dei cattolici praticanti, che sono alla fine dei conti una minoranza, a chiunque muoia sul suolo italiano. 

Francesco Defferrari

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