Capitalismo, una storia d’amore

Capitalism: A love story poster

Il nuovo documentario di Michael Moore, il regista americano che in Fahrenheit 9/11 attaccava la politica di Bush contro il terrorismo, in Sicko la mancanza di un sistema sanitario funzionante negli Stati Uniti e in Bowling for Columbine indagava sulle cause del massacro in una scuola e sulla diffusione delle armi nel paese, questa volta prende di mira il capitalismo, l’intero sistema economico che governa l’occidente possiamo dire da sempre. 

“Il capitalismo è un male e non si può regolare, deve essere eliminato e rimpiazzato dalla democrazia”, dice il regista nel finale del documentario Capitalismo: una storia d’amore, proiettato con grande successo alla Mostra del Cinema di Venezia
Il film di Moore è divertente, ma anche efficace nel trasmettere il suo messaggio perché come nei suoi precedenti lavori il regista ci mostra i casi concreti, le vite che sono state distrutte dalla crisi, le persone che hanno perso la casa in seguito al tracollo finanziario.
Per evidenziare la distanza tra il messaggio cristiano e un capitalismo privo ormai di qualsiasi etica il regista ricorre anche allo stratagemma di sottotitolare Gesù facendogli pronunciare frasi da fanatico del cosidetto “libero mercato” e ottenendo così un effetto esilarante ma anche rivelatore. Molti occidentali si dicono cristiani eppure appoggiano un sistema economico finanziario che è la negazione stessa dei valori del Vangelo. 
Moore si scaglia poi direttamente contro Wall Street, il tempio del capitalismo mondiale, chiedendo a manager e broker cosa siano i subprime, i titoli “tossici” che hanno provocato la crisi mondiale. Ma nessuno sa dargli una risposta. Urla al megafono di essere venuto ad arrestare i truffatori. Chiede a una delle banche salvate dallo stato con i soldi dei contribuenti americani di restituire al popolo il suo denaro. La misura di quanto l’opinione pubblica occidentale sia ormai psicologicamente schiava del capitalismo è nell’assurdità di vedere le banche che prima provocano una crisi di proporzioni immani e poi vengono salvate dai soldi di tutti. E i cittadini sono così danneggiati due volte, perché perdono il loro lavoro, le loro case eppure devono anche pagare con le loro tasse i debiti delle banche. “Un colpo di stato finanziario”, lo definisce Moore, che non ci va leggero: “siamo in mano a una banda di malfattori”. 
La provocazione nel finale sono le note dell’Internazionale, l’inno comunista in un documentario americano girato con i soldi delle major cinematografiche, che secondo Moore ancora non si rendono pienamente conto di finanziare un loro avversario. Ma nonostante il successo di pubblico è vero che i documentari non bastano a cambiare le cose, per farlo serve un’ampia presa di coscienza da parte della maggioranza dei cittadini, che invece sembrano ancora innamorati del capitalismo, un rapporto morboso in cui la parte debole, le persone, subiscono soltanto abusi e hanno tutto da perdere

Francesco Defferrari

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