Fortapàsc

Giancarlo Siani

Giancarlo Siani probabilmente non avrebbe mai immaginato che sarebbe passato alla storia come uno dei 9 giornalisti italiani uccisi da un’organizzazione mafiosa, l’unico ucciso dalla camorra in Campania. Gli articoli che scriveva non avevano toni accesi, non presentavano ipotesi azzardate o strani teoremi. Giancarlo Siani si limitava a fare due più due, scriveva quello che qualunque giornalista avrebbe potuto scrivere, aveva semplicemente intuito quello che succedeva nel 1985 a Torre Annunziata, nell’intreccio tra politica e criminalità, nelle lotte tra clan camorristici, nella gestione degli appalti e nello spaccio di droga. 

Il film di Marco Risi, Fortapàsc, dal nome che Siani diede a Torre Annunziata, città assediata dal crimine, racconta al pubblico la sua figura di eroe normale, quasi involontario. Un ragazzo che non aveva ancora un contratto da giornalista e lavorava nella redazione distaccata de Il Mattino a Castellamare di Stabia come pubblicista “abusivo”, nell’attesa di diventare finalmente praticante. Dicono che Giancarlo sia stato ucciso perché aveva scritto che il boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta, era stato arrestato grazie a una “soffiata” del clan Nuvoletta e i boss volevano vendicarsi per essere stati etichettati come “infami” sulla stampa. Ma forse Giancarlo è stato ucciso più che altro perché stava indagando su molte attività della camorra, dall’uso di ragazzini come corrieri della droga ai rapporti con la politica locale nella spartizione degli appalti per la ricostruzione piovuti in Campania dopo il terremoto irpino dell’80. 
Nelle procure, nelle questure e nei giornali anche i sassi sanno che spesso i capi mafiosi vengono individuati solo quando qualcuno vuole sbarazzarsi di loro. Nelle procure, nei giornali e nei palazzi del potere anche i sassi sanno che le gare d’appalto in molti casi non si svolgono in maniera esattamente regolare. Ecco, Giancarlo Siani ha semplicemente scritto quello che tutti sapevano o perlomeno avrebbero potuto facilmente intuire. Ma nessuno ne parlava, nessuno lo scriveva. Come dice nel film il suo caporedattore di Castellamare, Siani semplicemente voleva essere un giornalista-giornalista, non un giornalista-impiegato. Ma questo non è un paese per giornalisti-giornalisti, aggiunge il caporedattore. Basta scrivere quello che tutti sanno per rischiare molto, anche la vita. Non è storia di 24 anni fa. Accade ora anche a Roberto Saviano, che nel suo libro e nei suoi articoli ha solo scritto quello che la nuova camorra sta facendo. 
Il film di Marco Risi ha il merito di mettere in luce il lato umano di Giancarlo Siani, anche grazie ad un attore molto bravo, e molto somigliante, come Libero De Rienzo, che gira nel film per le strade di Torre Annunziata devastate dal degrado e dall’abusivismo edilizio con la stessa Citroen Mehari verde che apparteneva al giovane giornalista. Una sorta di buffa, piccola jeep con cui Siani andava al lavoro, e su cui fu ucciso. Il 23 settembre 1985 l’estate era appena finita, Giancarlo finalmente era riuscito a entrare nella redazione centrale del Mattino, a Napoli, per una sostituzione estiva. I suoi assassini lo aspettavano sotto casa, nel quartiere borghese del Vomero. Lo hanno ucciso poco prima delle nove di sera. Aveva compiuto 26 anni da quattro giorni. 

Francesco Defferrari

Il sito dedicato a Giancarlo: www.giancarlosiani.it

Il sito del film con immagini e trailer

Il trailer su Youtube

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