L’Iran di Farhadi vince a Berlino

Farhadi_FestivalBerlinoUn paese sospeso tra progresso e tradizione, pieno di contraddizioni, in cui il popolo cerca di ribellarsi al regime: è questo l’Iran degli ultimi mesi e delle ultime ore in cui nuove manifestazioni di piazza sono state represse dalla dittatura che mal tollera l’onda di rinnovamento che sta coinvolgendo tutto il mondo arabo. Oggi, però, l’Iran diventa sinonimo di un’importante vittoria alla 61ma edizione del Festival di Berlino.
La pellicola di Asghar Farhadi, Nader e Simin, una separazione, ha, infatti, vinto l’Orso d’oro della Berlinale e si è aggiudicata tutti i premi più importanti con la premiazione anche dei quattro attori protagonisti: Peyman Moadi, Shahab Hosseini, Sareh Bayat, Leila Hatami e Sarina Farhadi.
Il premio a Farhadi era abbastanza annunciato ma nessuno si aspettava che la vittoria sarebbe stata totale. Anche perché molti critici assicurano che il film meritasse veramente la vittoria (cosa per nulla scontata nei Festival) e poteva essere tanto avvantaggiato quanto svantaggiato dalla situazione politica attuale nel paese.
Durante tutta la premiazione si è pensato molto, infatti, al regista Jafar Panahi, che avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di presidente della giuria ma è agli arresti domiciliari a Teheran. Così, per non dimenticarlo, al festival è stata lasciata una sedia vuota, a rimarcare la protesta contro l’ingiusto provvedimento. Proprio Farhadi aveva reso omaggio al collega, dichiarando: “la prigione significa privazione della libertà. Nessun cineasta può restare indifferente”. Il regista, già Orso d’argento nel 2009 con A proposito di Elly, in Nader e Simin racconta la società iraniana ricca di contraddizioni sullo sfondo della storia di una coppia in crisi. Si parte dal personale di due persone per parlare di una società in continuo conflitto. Perché quello che manca ai giovani iraniani, in questo senso accumunati con i giovani di molti altri Paesi, è il futuro, reso sempre più difficile. Un paese profondamente diviso, dove – come dichiara il regista – “una parte della società è molto credente e si attiene a certe regole, ma c’è tutta un’altra parte della società che ha atteggiamenti diversi. Un paese non moderno in cui la popolazione ha voglia e desiderio di diventare moderna.”
La giuria del festival, guidata da Isabella Rossellini, ha poi assegnato l’Orso d’argento – Gran Premio della Giuria a The Turin Horse del regista ungherese Bela Tarr: un film in bianco e nero con pochissimi dialoghi tra i protagonisti in cui si racconta il destino del cavallo abbracciato dal filosofo Nietzsche nel 1889 a Torino. Un silenzio che il regista ha portato con sé anche a Berlino dove ha ricevuto il premio in pieno silenzio evitando di andare sul palco e commentare la vittoria. Orso d’argento per il miglior regista, invece, al tedesco Ulrich Koehler per il film Sleeping sickness: la storia di un medico tedesco volontario in Camerun alle prese con la difficile scelta tra la famiglia e la terra africana.

Marianna Lepore

 
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