L’era degli stupidi

Ageofstupid_locandina240909I grandi del mondo sono riuniti a New York per la 64° Assemblea Generale delle Nazioni Unite che dovrebbe trovare una soluzione ai problemi che affliggono il pianeta. Oggi, dopo un Consiglio di sicurezza dell’Onu dedicato alla non proliferazione nucleare sarà la volta del G20 (fino a domani). Mentre i leader discutono, trovando poche soluzioni, un film apre gli occhi sulle conseguenze dei cambiamenti climatici.

The Age of stupid, il documentario di Franny Armstrong interpretato dal candidato agli Oscar Pete Postlethwaite, si propone come “manifesto” sui cambiamenti climatici. Il film ha sfruttato l’incontro delle Nazioni Unite sul clima, il 21 e 22 Settembre, per organizzare a New York una “Global Premiere” in un cinema tenda, alimentato da energia solare e collegato con 442 cinema negli Stati Uniti e più di 200 in oltre 45 paesi del mondo, davanti ad alcuni spettatori speciali come Kofi Annan. L’evento è diventato così la premiere più vista nella storia del cinema e grazie alla tecnologia satellitare ha risparmiato emissioni di anidride carbonica sulla produzione di pellicole e sulla distribuzione. Questa anteprima costerà, infatti, solo un centesimo dei gas serra che sarebbero stati prodotti da una normale promozione mondiale di un film.
Il lungometraggio vuole lanciare un messaggio preciso al mondo, in vista della Conferenza di Copenhagen dove, a dicembre, si ratificherà il nuovo trattato sul clima che aggiornerà il Protocollo di Kyoto, mai ratificato dagli Stati Uniti.
Il protagonista, Pete Postelethwithe, è un anziano signore che nel mondo devastato del 2055 guarda alcune foto del 2008 e si chiede “Perché non abbiamo arrestato il cambiamento climatico quando ne avevamo la possibilità”? Una domanda tormentone che ha l’obiettivo di convincere lo spettatore a fare qualcosa per salvare il pianeta.
La prospettiva del mondo, fra 45 anni, fa paura. Las Vegas è inglobata nel deserto, Londra brucia, i ghiacci polari si stanno sciogliendo. La vita è concentrata in un grattacielo fantascientifico piantato nell’artico, dove il protagonista mostra il suo archivio che racconta una catastrofe climatica a lungo prevista ma mai fermata.
La pellicola, sostenuta da Greenpeace e WWF, è una produzione collettiva perché il budget del film, di 450.000 dollari, è stato finanziato da 223 individui e gruppi preoccupati per i mutamenti climatici.
Il film inizia con l’unico sopravvissuto al disastro ambientale che ha sconvolto la Terra che si chiede costernato: “Potevamo salvarci e non l’abbiamo fatto, in che stato mentale ci trovavamo?” Il messaggio del film è semplice: visto come viviamo e quanto consumiamo, il cambiamento climatico e le sue tragiche conseguenze non sono per nulla sorprendenti. Unica soluzione? Cambiare immediatamente le nostre abitudini. 
Le storie raccontate nel film mostrano il nostro insano stato mentale attraverso cinque storie, tutte con un filo conduttore: il consumo e la voglia di crescere e arricchirsi. Ci pensa l’unico sopravvissuto alla tragedia a farci riflettere. “Abbiamo rotto il patto con i nostri figli a cui abbiamo promesso di lasciare il mondo migliore di come l’avevamo trovato”.  Quei figli erano però troppo preoccupati a cercare di sopravvivere al disastro per essere arrabbiati. Così nessuno si è preso cura del mondo.
Unico rimedio a questo scenario preoccupante è la cura del mondo che è intorno a noi. Forse non è troppo tardi.

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Marianna Lepore

 

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