Dieci inverni

Dieci_inverniUn film delicato, poetico che, nonostante la scansione ad intervalli regolari attraverso cui si dipana la trama, riesce a non cadere nella banalità e nella monotonia. “Dieci inverni” (uscito nelle sale italiane lo scorso dicembre) è l’opera prima di Valerio Mieli candidato nella categoria registi esordienti ai prossimi David di Donatello ed autore dell’omonimo romanzo edito da Rizzoli.

1999 – 2009: dieci anni in cui i due protagonisti, Silvestro (Michele Riondino) e Camilla (Isabella Ragonese) si incontrano, si scontrano e si rincorrono senza pace, troppo fragili per vivere il forte sentimento che li ha attratti dalla prima volta che si sono visti – entrambi 19enni appena arrivati a Venezia per iniziare l’Università – su un vaporetto diretto verso un’isola della laguna. E già la tenerezza, mai sdolcinata, con cui Mieli rappresenta il primo incontro di Camilla e Silvestro basta allo spettatore per perdonare le imperfezioni e le incertezze in cui, a tratti, incorre il regista nel resto del film.

Sullo sfondo, una laguna malinconica, a cui gli studenti danno vita e colore, fatta di barchette e case fatiscenti, lontana dalle gondole e dalle calli affollate dai turisti. Una laguna che sembra aver fermato il tempo, imprigionando in un incantesimo i suoi abitanti. Mentre infatti Camilla, nel suo andirivieni tra Venezia, la Russia e il suo paese natale, muta nell’aspetto e nel carattere, Silvestro che resta nella casetta malandata dove hanno passato la notte del loro primo incontro, sembra rimanere sempre lo stesso ragazzo, dal sorriso ingenuo e la sciarpa colorata. Pur attraverso una storia intima e in un’atmosfera quasi irreale, Mieli con“Dieci Inverni” – impreziosito dal cammeo di Vinicio Capossela – è riuscito a rappresentare in maniera efficace la paura con cui oggi i giovani vivono l’amore, in un tempo in cui ci si abitua a guardare tutto in una prospettiva “precaria”. Anche i sentimenti.

Letizia Cavallaro

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